Bellezza e tristezza (Kawabata Yasunari)

Il cinquantacinquenne scrittore Oki un giorno sale sul treno per andare ad ascoltare le campane a Kyoto. In realtà il suo scopo è di ascoltarle insieme a Otoko, con la quale aveva avuto una storia molti anni prima.

A quel tempo, erano entrambi a Tokyo: Otoko aveva solo sedici anni e lui trenta, ed era già sposato. Lei rimase in cinta ma la figlia morì durante il parto prematuro. La madre di Otoko cercò di allontanarla da lui andandosene a Kyoto.

Quando Oki si annuncia a Otoko, però, questa, che è diventata una famosa pittrice, lo manda a prendere dalla sua allieva Keiko, bellissima e… mentalmente instabile. O meglio così la giudico io.

Queste “instabilità” sono frequenti nella letteratura giapponese…

Keiko vive con Otoko e ne è ossessionata. Quando si fa vivo Oki, decide che deve vendicare la sua maestra per quello che Oki gli ha fatto vent’anni prima.

I dialoghi sono spezzati, non si va mai a fondo nei sentimenti, e non si sviscerano le intenzioni, anche se si capisce sempre cosa vogliono fare i singoli personaggi. E’ una sorta di pudore orientale, credo.

Questa ritrosia può rendere difficile la lettura di un romanzo giapponese per chi è abituato all’esposizione quasi oscena degli stati d’animo; ma se ci pensiamo bene, loro non fanno altro che portare all’estremo l’incomunicabilità che avvolge anche noi occidentali, che ci vantiamo di saper parlare di sentimenti, di saper raccontare cosa abbiamo dentro a noi stessi e agli altri, e che poi finiamo col parlare sempre delle stesse cose: la lista della spesa, il lavaggio delle tende, il menu del pranzo…

E’ questa la comunicazione? Abbiamo sviluppato un linguaggio così articolato e ricco di sfumature solo per far qualche battuta con lo spritz in mano?

La nostra incomunicabilità è vergognosa, perché sprechiamo capacità espressive che potrebbero avvicinarci gli uni agli altri facendoci scoprire che siamo molto più simili di quello che pensiamo; ed è oscena la messa in piazza degli stati d’animo che sbottano, stanchi di essere repressi, e che, sbottando, perdono la capacità di essere trasmessi.

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