Quindici minuti

Arrivo alla fermata dell’autobus con un quarto d’ora d’anticipo. In quindici minuti possono succedere molte cose, anche se sono due anni che prendo l’ottantasette per tornare a casa dall’ufficio, e ormai conosco tutti di vista.

H. C. Bresson

Oggi però arriva qualcuno di nuovo: è una donna anziana, un po’ curva in avanti, che cammina guardandosi attorno. Indossa un prendisole verde di cotone grezzo che le lascia scoperte le braccia flaccide e grinzose. Quello che colpisce, sono le mollettine che porta sulle tempie, due cuoricini arancio fluorescente che, sui suoi capelli lisci e grigi, fanno l’effetto di due lampadine di Natale dimenticate.

Mi ricorda mia nonna: neanche lei badava al suo aspetto, le bastava che la frangia non le cadesse sugli occhi e che gli abiti le coprissero il corpo pesante. Era una donna d’azione, aveva sempre qualcosa per le mani e spesso quel qualcosa riguardava me: una calza da rammendare, un sacchetto di patatine, un cerotto. Quando la vedevo arrivare in bici, ogni mercoledì pomeriggio, le correvo incontro chiedendole se mi aveva portato qualcosa.

Erano sempre sciocchezze, magari solo un giornaletto o una barretta di cioccolata, ma mi accorgo che anche ora, a 40 anni, io dalle persone mi aspetto sempre qualcosa, come se mia nonna avesse incarnato il prototipo di essere umano che avrei voluto continuare a incontrare nella vita: una speranza spesso delusa.

Questa vecchia, ad esempio, non ha portato niente per me. Sotto il braccio tiene un sacchetto di plastica giallo, di quelli che il comune distribuisce per il secco: dentro intuisco ci sia qualcosa di morbido, forse vestiti, ma lei lo tiene stretto, proteggendolo con una mano.

Mi si avvicina.

“Quando arriva l’autobus?” mi chiede.

“Fra dieci minuti, più o meno.”

“Dove va?”

“A Oderzo. Ma lei dove deve andare?”

Lei mi guarda sospettosa e si stringe il sacchetto al petto.

“A Oderzo”, dice, ma si vede che non è convinta.

Si sentono delle urla che si avvicinano: “Paola! Paoletta!”

Sono due infermieri che corrono verso di noi. Devono essere della casa di cura Rizzola, qui accanto. La vecchia li vede e va a rincantucciarsi nell’angolo della pensilina, nascondendosi la testa sotto il sacchetto.

Gli infermieri la raggiungono col fiatone.

“Che ci fai qui?” chiede uno.

“Devo andare a Oderzo”, fa lei, senza togliere la testa da sotto il sacchetto.

“A far che?” chiede l’altro prendendole il braccio. “Dai, torna con noi, che tra un po’ incomincia il torneo di Scala Quaranta”.

Lei si gira di scatto: “Scala Quaranta? Avevate detto che dovevo farmi il bagno!”

I due infermieri si guardano, poi il primo le dice: “Prima il torneo, e dopo si vedrà”.

Il corpo della vecchia si rilassa, è come se un temporale estivo si fosse fermato di botto. “Ah, non posso saltare il torneo”, dice. “Stavolta metto la Alfonsa al tappeto!”

Consegna il sacchetto a uno degli infermieri e si avvia con loro verso il cancello della casa di cura.

“A Oderzo ci vado domani”, la sento dire da lontano.

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