Napoli Anni Venti

Avevo visto la folla dal ponte della nave ma fu solo quando misi piede sul molo che mi resi conto della potenza che emanava quell’oceano di persone. Pensavo che Milano fosse una grande città, ma Napoli già al porto mi accolse come un essere vivente, enorme e indifferente agli insetti che le camminavano sul corpo.
Ebbi qualche secondo di panico: come avrei trovato lo zio in quella calca? Mi allisciai i baffi per darmi un tono e cercai di farmi strada tra le spalle, le schiene, le ceste, le valigie e i bauli che mi stringevano e spingevano, quasi fossero mosse dall’unica volontà di rispedirmi a Milano.

Foto di Elena Emanuela Ferraro


Qualcuno mi diede una gomitata nella schiena: non feci in tempo a girarmi che sentii qualcun’altro tirare la mia valigetta. Diedi uno strattone e rinsaldai la presa, ma non riuscii a indietreggiare: la fiumana di gente mi stava trascinando al cuore del porto, verso una nave enorme che portava bandiera americana.
Capii dai colpi di sirena che sarebbe partita presto, e lottai per dirigermi verso l’uscita, ma non avevo scelta: uomini, donne, bambini e vecchi, tutti mi spingevano verso quel mostro.
Io in America? Giammai! Piuttosto sarei partito per le colonie, piuttosto il deserto, pur di non finire in quel covo di plutocrati assassini!
Raddoppiai gli sforzi, ma quelle persone, intente a salutare coi fazzoletti i parenti che partivano, non si accorgevano neanche di me, povero milanese con la bombetta storta in testa.
Non capivo neanche quello che urlavano, sembravano stranieri e mi ci volle un po’ per distinguere qualche significato in quel che mio zio mi aveva decantato come la dolce lingua napoletana.
Una voce di donna si distingueva tra tutte: ≪Santino! Santino! Torna presto!≫
Non la vedevo, c’erano troppe teste e troppi cappelli a intralciarmi lo sguardo, ma la voce stridula doveva appartenere a una delle donne infazzolettate che si sgolavano poco lontano da me. Alzai lo sguardo al ponte della nave: quale era Santino? Era uno degli uomini con i baffi o era uno dei tanti ragazzetti che a malapena raggiungevano la ringhiera? Era padre, figlio, marito, fratello? Come riusciva a restare indifferente a quelle grida?


All’improvviso un urlo di donna sovrastò ogni altra voce. La folla pian piano si acquietò e si ritrasse lasciando un cerchio vuoto: al centro, un corpo femminile giaceva scomposto e immobile. Un malore, o peggio: forse il cuore non aveva sopportato tutta quella pena.
Era lei? Non aveva retto all’abbandono di Santino?
Non ebbi il tempo di verificare: gli strilli delle donne ricominciarono fino a coprire i richiami delle sirene e la folla si richiuse sul corpo come a proteggere una propria creatura.
Ancora non ricordo come riuscii a salvarmi da quel caos, ma penso spesso a quella scena, a come la tristezza e la speranza si erano mescolate nei parenti che salutavano i migranti.
Santinoe gli altri se ne andavano convinti che l’America avrebbe donato loro un lavoro dignitoso, una casa, piatti caldi in tavola, e soldi da spedire alla famiglia rimasta in Italia a fare la fame. Sognavano di tornare con le scarpe lucide ai piedi e il bastone col pomello in avorio: si vedevano attorniati dai paesani vogliosi di toccarli per verificare che fosse tutto vero, e già pensavano alle parole da usare per convincerli che i miracoli erano possibili.


Ricordo bene gli occhi con cui partivano: grandi, lucidi, pieni di possibilità. E non riesco a immaginare come siano mutati quegli sguardi, dopo.
Quando arrivai a Napoli era un mercoledì. C’era il sole, ma soffiava un venticello gentile. Era insomma una bella giornata, di quelle che ti auguri per il giorno del matrimonio.


Era il 23 ottobre del 1929.
Il giorno dopo crollò Wall Street.

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