Un garage

Quando era avvenuta la metamorfosi?

In quale precisa fessura temporale il garage si era trasformato in un universo parallelo gonfio di materia mucida?

Rachele se lo chiedeva spesso; la domanda fluttuava dietro di lei come un profumo vecchio quando andava al supermercato, a trovare la madre in casa di cura, quando metteva i piatti sporchi nella lavastoviglie. Se lo chiedeva anche se ci entrava il meno possibile, in garage: quella galassia entropica, a malapena resa inoffensiva dalla porta frangi-fiamme, pulsava di una presenza minacciosa, come un bubbone giunto al limite del suo ciclo vitale.

Gli oggetti, là dentro, fermi da anni di amnesia malriuscita, avevano sviluppato ecosistemi autonomi e boriosi: sembrava che il semplice trascorrere del tempo avesse conferito loro un’anima, come se le pareti muffite e le ragnatele polverose avessero trasformato la stanza in un utero fecondo e generatore di possibilità.

Diciotto anni di accumulo, quasi diciannove: graduale ma costante stratificazione di passeggini, vestiti dismessi, rastrelli sdentati, piatti scheggiati, sedie dalle macchie immorali.

Nei primi tempi, Rachele aveva provato a iniettare una certa logica nell’ammasso: c’erano borse di plastica piene di peluche e altre di automobiline; scatoloni di libri vecchi e altri di pentole in teflon; c’era anche una cassa, enorme e gonfia, di ceste di Natale, superfici irregolari di vimini e midollino punteggiati da polistirolo fiacco e rancoroso; all’inizio, alla catalogazione da biblioteca mancavano solo le etichette con le lettere dell’alfabeto.

Tutto era entrato in quella stanza per uno scopo, fosse anche solo quello di essere buttato; e poi, e poi… il caos. Cos’era successo? Rachele sapeva solo che quando si affacciava alla porta del garage, poi non ne usciva più del tutto. Qualcosa di lei restava accanto alle bici con le ruote sgonfie, alle griglie incrostate del forno, sotto il materasso bucato; le restava addosso l’odore dell’olio esausto che doveva essere riciclato, un giorno. O forse quello dopo. O mai.

Lo scaffale coi vasi vuoti dei fiori era l’angolo più triste: un buco nero ingolfato di spazi vuoti, di aria che non era ormai neanche più adatta alla respirazione. Erano tutti vasi di coccio decorato da artigiani locali, il parto di anni di collezioni e ricerche; eppure non li aveva mai né usati né esposti, come se, entrando in suo possesso – entrando nel garage – si fossero macchiati di qualche malattia contagiosa.

Rachele passava davanti alla porta del garage tutti i giorni. Cercava di non guardarla: i suoi occhi restavano incollati in punti neutri, inoffensivi, come l’unghia con lo smalto rovinato o la piastrella di granito dove la pietra nascondeva la sfumatura di una farfalla cornuta.

Eppure, la porta, ignorata, restava là: dieci centimetri di metallo azzurro che sembrava poroso come un foglio di carta assorbente pronto a farsi attraversare da odori, ricordi e fastidio.

Il garage era diventato il suo subconscio di cemento.

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