Intervista alla scrittrice Iris Murdoch

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Nata a Dublino nel 1919, Iris Murdoch è stata scrittrice, critica letteraria, filosofa, poetessa. Riporto qui (e traduco) degli estratti di un’intervista sulla Paris Review, intitolata The Art of Fiction (No. 117, theparisreview.org). Non riporterò i puntini di sospensione ogni volta, mi limito a tradurre le parti che possono interessare agli aspiranti scrittori.

  • Quando ha scoperto che le piaceva scrivere?

Me ne sono accorta molto presto, fin da quando ero una bambina. Ovviamente la guerra disturbò i sogni di chiunque riguardo al proprio futuro.

  • Ci può raccontare un po’ in merito al suo metodo di scrittura?

Credo sia importante preparare un piano dettagliato prima di scrivere la prima frase. Qualcuno crede che si possa scrivere “George si svegliò e seppe che qualcosa di terribile era successo il giorno prima” e poi vedere cosa succede.  Io invece pianifico tutto prima di iniziare. Ho uno schema generale e molte note. Ogni capitolo è pianificato. Ogni conversazione è pianificata. Un romanzo è un lavoro lungo e se inizi nel modo sbagliato finirai con l’essere molto infelice più avanti. Il secondo passo da fare è sedersi con calma e lasciare che la cosa si inventi da sola. Un pezzo di immaginazione porta al successivo. In qualche modo gli avvenimenti volano insieme e generano altri avvenimenti.

  • Lei è una scrittrice molto prolifica. Sembra che le piaccia molto scrivere.

Sì, mi piace, ma ci sono ovviamente dei momenti in cui credo che sia terribile, in cui perdi la fiducia e vedi tutto nero. Non riesci a pensare. Non è solo divertimento. Ma la scrittura in sé non la trovo difficile. La creazione della storia è la parte che mi crea più agonia. Quando inizi un romanzo sei in uno stato di libertà illimitata e questo fa para. Ogni scelta che si fa, ne escluderà altre. I libri dovrebbero avere dei temi. Io scelgo con cura i titoli e i titoli in qualche modo rimandano alla profondità del tema del libro.

  • Lei scrive a mano?

Oh, sì, sì, sì.

  • Quale è la sua quotidiana routine di scrittura?

Mi piace lavorare, e quando ho tempo lavoro. Ma ho anche altre cose da fare, come lavare, far compere. Per fortuna mio marito si occupa della cucina. A volte devo andare a Londra o a trovare degli amici. Altrimenti lavoro tutto il tempo. Vado a letto presto e mi alzo ogni mattina molto presto. Lavoro tutta la mattina e poi vado a fare le spese e scrivo lettere – le lettere mi prendono un sacco di tempo – nel pomeriggio. Poi lavoro di nuovo dalle quattro e mezza fino alle sette o alle otto circa.

  • Quante parole scrive al giorno?

Non ho mai contato le parole, non lo so.

  • Se i suoi personaggi non sono basati su persone realmente esistenti, come per esempio per Hemingway e Lawrence, allora come li crea?

Semplicemente, mi siedo e aspetto. Aborro l’idea di mettere delle persone reali in un romanzo, non solo perché ritengo che sia moralmente dubbio, ma anche perché ritengo che sarebbe terribilmente stupido. Non voglio creare una copia di qualcuno che conosco. Voglio creare qualcuno che non è mai esistito e che allo stesso tempo sia una persona verosimile. Credo che le caratteristiche si accumulino gradatamente da sole.

  • Uno scrittore dovrebbe essere un moralista e un maestro?

Moralista, sì. La parola maestro suggerisce qualcosa di troppo didattico. Un romanziere dovrebbe esprimere valori.

  • I suoi figli limitano la sua libertà di scrittrice?

Oh, no. Ci sono innumerevoli esempi della loro compatibilità con una madre scrittrice. Le donne hanno ovviamente delle difficoltà nel giostrarsi tra lavoro e famiglia. Ma in un certo senso, essere una scrittrice è una delle scelte più facili, perché lo puoi essere a casa.

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Filed under Interviste, Libri & C., scrittori inglesi

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