L’addio – Antonio Moresco

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Sono 274 pagine di romanzo, io sono arrivata  a p.  160 e mi fermo qui.

La storia era intrigante: un poliziotto morto lascia la città dei morti perché c’è bisogno di far fuori un po’ di cattivi nella città dei vivi, dove è in atto una marea di omicidi, stupri, torture, compravendita e traffico di organi di bambini. Lo stile è quello del poliziesco americano: arriva, armato fino ai denti (gli arriverà pure un cannone) e li ammazza tutti. Ed è interessante anche come tutti questi cattivi si sentano legati tra loro, come gli facciano notare che è inutile uccidere questo o quello, perché ne arriveranno di nuovi, perché il Male è destinato a riprodursi.

Però alcuni dettagli non mi tornano. Perché tra le armi che si è fatto racimolare dall’amico poliziotto vivo, c’è una spada? Poi, i dialoghi: tutti parlano allo stesso modo, anche i bambini: frasi lunghe, vocaboli aulici… ci può stare per evocare l’atmosfera onirica quando sono i cattivi a parlare tutti nello stesso modo, visto che sono tutti legati tra loro, ma sentir parlare un bambino chiuso in un container in quel modo, non mi convince: voi lo sentite un bambino rinchiuso in un container che grida “perché mi hanno fatto nascere se dovevo morire così?”. Io no.

Poi: se il passaggio dalla città dei morti alla città dei vivi è così comune, perché poche pagine prima il protagonista si meraviglia di vedere uno stormo di uccelli che corre in direzione della città dei vivi? Non mi piace neanche che non si spieghi come si passa: si passa e basta, neanche il protagonista lo sa.

Ancora: non mi piace tutto questo nominare “piedini” e “manine”.

Al contrario, mi piace l’idea della ricerca delle origini del Male, e il considerare tutti gli assassini e stupratori e torturatori come arti di un unico corpo che si riproduce ogni volta che ne tagli un pezzo.

Lettura sospesa dunque, ma se volete dirmi come va a finire, vi ringrazio di risparmiarmi il tempo di riprenderla fra quattro o cinque mesi…

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