Lo specchio ovale – Maria Stanchina Rubin

imageEcco un romanzo che avrebbe meritato più risonanza, ma che per colpa del sistema editoriale contemporaneo non è riuscito a farsi conoscere. La scrittrice è di S. Stino di Livenza (VE) ed è alla sua terza opera.

Stavolta ci racconta in prima persona la storia di tre amiche accomunate dall’esperienza del tumore. Sono una diversa dall’altra ma non mancano mai ai loro incontri rituali, conditi da shopping e chiacchiere. Ci si pone il dubbio: ma come può durare un’amicizia con tutte queste differenze? Differenze di classe economica, culturale, fisica e caratteriale. Eppure dura, almeno fino alla morte di una delle tre, quella che sembrava meno grave, che tirava su il morale a tutte, che cercava di sdrammatizzare e che pensava agli altri più che a se stessa. Dopo questo colpo, la donna che racconta la storia cade in depressione – o meglio, la depressione riprende possesso di lei – ci prova con l’uomo dell’amica rimasta e sembra scivolare sotto la superficie della terra, al buio, in balia del Male.

Quando sono andata alla presentazione di questo romanzo, il presentatore, dovendo cercare un punto debole, si è lamentato che non ci sono colpi di scena. Io direi di no: la morte dell’amica è la linea di demarcazione tra la vita che affronta la paura e la vita che ha paura perché ha perso tutti i punti di riferimento. Ma anche se così non fosse: la nostra quotidianità ha tanti colpi di scena? Perché bisogna scrivere un libro imperniandolo sui colpi di scena, se poi il 99,9% della vita ne fa a meno?

Rispetto ai primi due romanzi, questo è meno poetico, fa meno ricorso a similitudini e metafore, ma la maggior realtà si sposa bene con l’argomento: aggiungere fioretti a un’esperienza di Male sarebbe stato poco… rispettoso? Lascio il punto di domanda, perché la domanda rimane aperta, so solo che a me non ha dato fastidio.

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