Numero Primo di Marco Paolini: Aiuto!

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Quando ieri sera sono entrata al Teatro Pascutto di S. Stino di Livenza (VE), i biglietti erano già stati tutti venduti. Il bigliettaio: “Stiamo aspettando se la compagnia libera 3 posti”.

C’erano già altre quattro persone prima di me. Stavo per andarmene quando mi sento dire: “Aspetti, aspetti…”

Così mi sono ritrovata mezz’ora dopo sul palco, a due metri da Paolini, con in mano un quaderno dove scrivere quello che lo spettacolo mi suscitava. “E’ uno studio per me”, ci ha detto Paolini.

Studio? Adoro lo studio!

Purtroppo da quello che ho appuntato sul quaderno, Paolini non ricaverà un gran ché: sono uscita dal teatro ancora meditabonda, chiedendomi se l’autore del testo non fosse stato in trip psichedelico quando l’aveva scritto. Ma mi ero fatta la stessa domanda quando ero andata a vedere “Aspettando Godot”.

Fino all’illuminazione.

Nel caso di Paolini, l’illuminazione mi è venuta da un nome: Echné, la “madre” di Numero Primo.

Echnè: suona come Téchne

Dunque, ecco come interpreto io il significato di questo spettacolo: la tecnologia fa nascere i numeri primi (vedi la solitudine e l’intelligenza dei numeri primi di Giordano), e ce li affida perché li proteggiamo. Da cosa?

Bè, sono fragili, in questo mondo dove i Steve Jobs prendono il posto che una volta spettava ai nostri poeti. Per colpire un Numero Primo basta un gabbiano che conosce il tuo numero di targa, basta una fobia creata ad hoc dai media.

Significativo che Paolini inizi parlando degli occhi del figlio, e che alla fine il bambino di occhi ne abbia solo uno. L’altro gli è stato asportato chirurgicamente. Dunque, ci sono due occhi all’inizio e poi, dopo esser passati attraverso il mondo del Centro Commerciale, ce n’è uno solo, per di più chiuso dal coma.

Ettore non ha protetto il figlio dai pericoli della neve artificiale, dal ghiaccio della tecnologia. Figlio, faccio notare, di una siriana ma con un nome francese

Ci sarebbero tante altre cose da dire, perché niente del monologo era casuale, ogni visione era una metafora strettamente intrecciate alle altre. Ma io vado a teatro una volta ogni due anni: lascio questo lavoro a chi ne sa più di me.

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