“Il diritto di essere io”, di Michela Marzano e… i regali alle maestre

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Il meccanismo all’interno del quale si trovano oggi tante ragazze e tanti ragazzi è infernale. Hanno imparato a memoria la lezione del volontarismo e del controllo che si sentono ripetere fin da piccoli. Hanno capito perfettamente come comportarsi per sentirsi dire che sono ‘bravi’.

Leggo questo stralcio e, nel mio cervello, il concetto della perfezione autoimposta trasla dai ragazzi e ragazze di oggi agli adulti. Anzi: adulte.
Mi spiego.
Mi sto interrogando in questi giorni sulle vere ragioni dell’insistenza della rappresentante di classe di mio figlio di fare un regalo alle maestre per Natale. Mio figlio è in prima elementare, dunque si tratterebbe di fare un regalo alle insegnanti dopo neanche quattro mesi di scuola.
Io mi sono dissociata. Ho chiesto di non partecipare, per favore, al regalo.
Ma la mia richiesta non verrà presa in considerazione, perché il regalo verrà pagato con il fondo cassa, cioè con i soldi che abbiamo raccolto noi genitori all’inizio dell’anno per i bambini (o almeno io credevo fossero per i bambini…). Non importa se l’importo è piccolo, non è una questione di soldi. Il fondo cassa è una realtà necessaria e se serve, si può/deve rimpinguare. Ma si rimpingua per le necessità dei bambini, a mio modo di vedere.
Solo mio, a quanto pare.

E io mi chiedo perché. Cosa fa scattare nel cervello di una donna media il desiderio di raccogliere soldi per fare un “pensierino” alle maestre dopo quattro mesi scarsi di scuola?
Lo stralcio della Marzano mi ha suggerito, pur parlando di tutt’altro, una possibile risposta: la voglia di essere perfette, di farsi dire ‘brave’.
No, non posso essere così cinica. Non può essere così. Sono la solita talebana!

Allora un’altra risposta potrebbe essere: si vuol fare il regalo perché le maestre sono state molto disponibili e gentili, perché hanno dimostrato una passione che va al di là del loro mestiere.
Questa risposta mi piace. Corrisponde alla realtà. Mi fa sentire buona, e sotto Natale fa bene.
Però ho un cervello di merda, che continua a pormi obiezioni. E mi dice: “Se questo vale con le maestre, allora vale anche con la parrucchiera che taglia i capelli a tuo figlio da quando aveva un anno. Sei sempre andata là. Gli dà una caramella ogni volta che lo vede, gli tira fuori l’asciugamano di topolino, lo intrattiene con le barzellette che lo fanno ridere… E la commessa del negozio di abbigliamento? La commessa storia, quella che viene incontro a tuo figlio prima che entri dalla porta automatica, gli si accuccia davanti e gli fa le faccette? E non puoi dimenticare la promoter dell’Ipercoop, che lavora là da cinque anni, e che regala al bimbo i gadget colorati anche se tu, brutta stronza di una vegana, non compri mai i suoi yogurt… Queste, e molte altre, sono persone che non si fermano al ruolo professionale, che ti danno qualcosa in più rispetto a quello che devono darti per contratto, che mostrano un lato umano, che sorridono gratis. Anche loro hanno diritto a un pensierino di Natale!”

Però a queste signore non mi risulta che vengano mai fatti regalini di Natale in serie.
Perché?
Basterebbe un segno, una stellina di Natale in plastica acquistata al Tutto Un Euro, tanto non è il prezzo che conta… No. A loro no. Alle maestre sì. Alle catechiste sì. Alle insegnanti di danza sì. Ma alla commessa gentile o alla barista sorridente, non ci pensa nessuno.
“Nessuno gli fa un pensierino perché hanno il loro stipendio”, si potrebbe dire. No… questa risposta non giustifica la differenza.
“Non gli si regala un pensierino da un euro perché una donna non sa che farsene di una stellina di natale che ti sta sul palmo della mano”, si potrebbe dire. Ma neanche questa risposta mi soddisfa: in fondo siamo qui a giustificare la modestia dei regalini con la ragione (anche fondata) che è il pensiero che conta.
E allora… Perché il pensierino a certe categorie sì, e ad altre no?

La risposta che mi do, è questa: perché davanti alla commessa, alla barista, alla parrucchiera, non ci si presenta in gruppo. Si è singole.
E da singole, non si vuol offrire un pensierino da un euro: che figure…
Dunque, la commessa, la barista e la parrucchiera devono accontentarsi della nostra smagliante riconoscenza priva di carta natalizia.
Può essere questo il motivo?
Ragiono mentre scrivo, dunque l’argomentazione può essere carente.

Il fatto è che non credo a quello che mi viene detto: se fosse per generosità, per riconoscenza, i pensierini si dovrebbero fare a tutti quelli che scavalcano i confini della propria professione per darti qualcosa di più. Pensierini piccoli, economicissimi, magari, ma concreti.

E allora torno all’ipotesi della Marzano: il desiderio di essere perfette. Di farsi dire brave. Ma solo da alcune categorie di persone, quelle che… possono tornarti utili?
Oppure… la voglia di fare una figura più bella figura di quella che si farebbe con un regalo (nominativo e individuale) da persona singola? Ma no…
Allora: la voglia di coinvolgere le altre mamme in un atto di liberalità?
Liberalità?
Su, dai, ho parlato con quattro mamme: tutte e quattro a dire che fare un pensierino dopo quattro mesi è fuori luogo, ma sai com’è…
Boh, ogni ragionamento mi sembra zoppo.
Insomma, continuo a non capire.
E mi piacerebbe davvero capire. Ma ho paura che tirando fuori di nuovo l’argomento, chiedendo ulteriori spiegazioni, la rappresentante pensi che io voglia far polemica.

Ho deciso: non metterò più bocca. Non parteciperò psicologicamente ai pensierini di Natale, ma lascerò che usino il fondo cassa per acquistarli.
Resterò talebana a metà.

Come conciliare autenticità e conformismo, unicità e identità, passioni e ragioni, desideri e regole sociali?

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