Hannah Arendt, film di Margarethe von Trotta

Film in cui non sentirete neanche una parola in italiano, solo inglese, tedesco e qualche frase in ebraico (non me l’aspettavo, ma è tutto sottotitolato).
La Arendt è stata incaricata dal New Yorker di scrivere degli articoli sul processo ad Eichmann tenutosi a Gerusalemme dopo che il criminale nazista è stato catturato dai servizi segreti israeliani. Il processo presenta già delle illegalità: Israele non esisteva al momento della perpetuazione dei crimini nazisti, e se processo ci deve essere, allora deve essere portato avanti da un tribunale internazionale, non da Israele… La Arendt si rende conto che questo processo non è in realtà incentrato attorno all’uomo Eichmann, ma è una strategia adottata da Ben Gurion per “lavorare” attorno al senso di colpa di tutti i paesi che hanno “lasciato” che la catastrofe avvenisse. E’ un processo politico, per legittimare il nuovo stato di Israele. E’ un processo che vuol sfruttare l’antisemitismo strisciante per giustificare la necessità di un paese in cui chi ha sofferto possa rifugiarsi.

La Arendt si accorge di tutto ciò, ma al processo ci va lo stesso. Certo è, però, che il giornale si aspettava una cronaca, non un’analisi filosofica sul Male. Tanto più che gli articoli della Arendt creano un vespaio perché accusano i vertici ebraici di aver collaborato coi nazisti. Si afferma, in essi, che la strage non avrebbe raggiunto il numero di sei milioni di persone, se i vertici ebraici avessero intrapreso una strada a metà tra la resistenza, che era impossibile, e la cooperazione. Molti ebrei accusarono la Arendt di difendere Eichmann e il nazismo, cosa che in realtà lei non voleva fare.
Ma nessuno ha colto il nucleo centrale del suo pensiero: Eichmann è un uomo banale, che ha colto l’occasione nazista per farsi la sua strada. Un burocrate. Un uomo che non sa pensare.

Ecco quello che è attuale: non sappiamo più pensare. La nostra abitudine al rispetto della legge (quale che essa sia) è così radicata che non siamo più capaci di distinguerne i contenuti. Pigrizia, se si vuole. Pigrizia mentale.
E, dice la Arendt, il male non è radicale. E’ estremo, ma non radicale. Per essere radicali bisogna andare in profondità, e ciò lo si può fare solo col pensiero.
Il bene è radicale, non il male.

Non siamo più capaci di pensare. A tutti i livelli.
Dalla bugia che si dice alla collega per difendersi in via preventiva da possibili fughe di notizie, ai ragazzini che iniziano a fumare e drogarsi per adeguarsi al gruppo, dal giovane che finge di divertirsi allo spritz hour perché tutti fanno così, all’uomo che firma una scartoffia per la deportazione di esseri umani perché sta eseguendo gli ordini.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s