Si va a scuola, Alberto Pellai

A settembre mio figlio inizierà le elementari, dunque ora è il momento di leggere dei libri sull’argomento.
Ho iniziato da questo di Pellai (ed. Erickson), dotato anche di CD (include non solo la lettura dei brani ma anche una summa finale dedicata ai genitori).

La storia è molto semplice: un bambino parla in prima persona delle curiosità e delle paure che incontra prima di incominciare la scuola primaria; lo scopo è quello di tranquillizzare i piccoli, che spesso noi adulti tendiamo, consciamente o inconsciamente, a spaventare.

Racconto un episodio di pochi giorni fa.
Sebbene io cerchi di non enfatizzare troppo il passaggio dall’asilo alla scuola, martedì ero dalla suocera, dove c’erano due amiche di famiglia. Una di esse, appena saputo che Leo andrà alle elementari, ha commentato: “Ah, adesso sì che finisce la pacchia, vedrai, vedrai!”
Vedrai cosa?
Sì, lo so, lo so, è una battuta e la fanno tutti in buona fede, però se io non ho commentato è stato solo per quieto vivere (e poi mi dicono che sono intrattabile?).

Tornando al libro di Pellai: i bambini possono incamerare ansia perché non sanno cosa li aspetta. Un consiglio che il Pellai fa passare attraverso la storia, è quello di lasciare al bimbo qualcosa di familiare: l’orsetto del cuore (Scintilla, in questo caso) oppure una spruzzata di profumo, per quando si prova nostalgia o paura.
Questo è un consiglio che ho trovato anche in un altro testo che sto leggendo in contemporanea, “I bambini sono cambiati” di Silvia Vegetti Finzi e Anna Maria Battistin (Mondadori). E’ impostato con domande e risposte, e ad un certo punto si affronta proprio l’eventualità che il piccolo si porti dietro qualcosa da casa che gli ricorda la propria infanzia/casa/mamma. Domanda: è un segno di immaturità?
No. Oltre all’effetto positivo che sostiene il Pellai in caso di ansia o nostalgia, un oggettino familiare è sintomo di un “pensiero magico infantile” che, giustamente, a questa età non è ancora scomparso del tutto. Ce lo portiamo dietro anche nell’adolescenza, e in molti casi affiora perfino durante la vita adulta (confermo!):

Non è strano quindi che il primo giorno di scuola molti bambini portino con sé, nascosto nella cartella o in una taschina del vestito, anche un residuo della loro prima infanzia: un pupazzetto minuscolo, una figurina, un nastro, qualcosa da stringere fra le dita, come un oggetto portafortuna, che allontana ogni pericolo, ogni avversità.

3 Comments

Filed under Libri & C.

3 responses to “Si va a scuola, Alberto Pellai

  1. Anche la mia bambina a settembra andra’ a scuola. Qua in Inghilterra i bimbi vanno a scuola se hanno compiuto quattro anni il primo di settembre. Nel mio caso sono stata fortunata, in quanto mia figlia compie gli anni il 10 settembre, per cui entra quando ha quasi cinque anni, quindi sara’ una delle piu’ grandi.

    La transizione tra asilo e scuola in UK e’ meno traumatica. La prima elementare qua (forse proprio perche’ si comincia molto presto) e’ quasi una continuazione dell’asilo. I bambini giocano molto e apprendono a leggere e scrivere tramite il gioco di gruppo, il canto, e varie attivita’. Pensa che non ci sono nemmeno i banchi di scuola, ma solo dei tavoli bassi rotondi dove si siedono attorno per fare i disegni, colorare, incollare, ecc. Passano molte ore all’aperto, anche quando piove e nevica, e fanno lezione anche fuori, in qualche modo ‘imparano’ cosi’, da come ho visto. Insomma, la prima elementare e’ la classe di transizione e forse la seconda elementare equivale di piu’ alla nostra prima, anche se naturalmente sanno gia’ leggere e scrivere a fine anno scolastico.

    Sono d’accordo con quello che dici alla fine del tuo articolo: bisogna minimizzare il trauma del distacco tra asilo e scuola, e se un oggetto, un qualcosa di nostalgico legato alla vita che il bambino conduce a casa puo’ aiutare, ben venga.

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  2. cristina

    Sono d’accordo con te e Pellai….ma come glielo fai capire questo ad un insegnante che si oppone ?

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  3. Gli insegnanti a volte trattano con sufficienza alcuni genitori perché sono abituati ad avere a che fare con gente che si comporta in certi modi solo per abitudine. Ma se gli fai capire che la richiesta è motivata, e che è supportata da testi scritti da specialisti in materia, forse anche l’insegnante capisce che non ha a che fare con un analfabeta…

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