Il gioco di Ripper, Isabel Allende

Arg! Che senso di mancanza quando muore uno dei protagonisti che mi piacevano!

Ma sorvolo sulla trama, le cui linee principali si possono leggere ovunque.
Signori, questa è Isabel Allende, dunque scordatevi un thriller pieno di dialoghi con i capitoli lunghi mezza pagina.
Non c’è un vero protagonista, qui il protagonista è la tribù dei personaggi che la scrittrice ha fatto interagire, molti con nomi sudamericani.
Ambientazione: San Francisco, dove se non sbaglio la Allende abita da diversi anni.

Qualche maga o sensitiva in mezzo c’è sempre, ma la varietà dei personaggi ci fa dimenticare la Casa degli Spiriti perché in molti punti affiora una punta di ironia nei confronti dei californiani (non ho avvertito questa ironia quando l’autrice narrava dei suoi paesi).
E da un passo, si capisce la critica della Allende contro il libro delle…. sfumature di grigio… non ne nomina neanche il titolo!

A parte qualche inverosimiglianza (ad esempio: Amanda, capo del gioco di ruolo Ripper, è guardacaso la figlia del capo della sezione omicidi di San Francisco, e guardacaso, questo padre è disposto a passare alla figlia un sacco di informazioni riservate sugli omicidi che avvengono in città), il libro l’ho letto in quattro giorni.

Una punta di ironia però ora ce la metto io: sembra che la Allende sia davvero convinta che i navy seals hanno stanato e poi uccido Osama Bin Laden… povera. Qua si è fatta fare il lavaggio del cervello dal suo paese ospitante.

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