Le ore – Michael Cunningham

imageProbabilmente molti hanno sentito parlare di questo romanzo attraverso il film con la Julienne Moore & C. L’ho visto il film, ma sinceramente non me lo ricordavo.
Ora che ho letto il libro, ho capito il romanzo, e lo definisco così: inquietante.

Tutto si capisce alla fine, dopo il suicidio di Richard: arriva sua madre, una vecchia signora, e si capisce che è la giovane moglie di cui si è parlato nei capitoli precedenti, che si era portata dietro un romanzo della Virginia Woolf in una specie di “gita” anticonvenzionale.
Inquietante perché, da madre, mi rendo conto dell’enorme influenza che abbiamo sui nostri figli.
Ma inquietante perché, andando oltre il rapporto genitoriale, ogni nostra azione ha un’enorme influenza su tutte le persone che ci stanno attorno.
Tutto ha un’enorme influenza su tutti (nel caso della madre di Richard, il romanzo della Woolf).

Oggi è il 31 ottobre, domani ci sarà l’esodo verso i cimiteri. Mi è capitato di visitarne uno ieri: gente che andava e veniva, tutti/e con secchi, ramazze, stracci, detersivi, a pulire, scopare, disinfettare, tirare a lucido le tombe. Fiori da far venire il mal di testa dai profumi. Donne sudate, in gruppo, che finito di passare la spugna fanno un passo indietro per vedere l’effetto che fa…
Sì, sì, lo so, corrispondenza di amorosi sensi… la tumulazione e la nascita della civiltà… amore oltre la morte… sì, certo, tutto vero, rispettiamo queste pratiche e la sofferenza di chi ancora la prova. Anche se in molti casi per me, non si tratta di sofferenza, ma di pura dimostrazione: anche la mia tomba deve essere più bella del vicino.
Comunque… perché non ci poniamo il problema di trattare con la stessa attenzione anche le persone vive che abbiamo davanti?

Quando una parola o un silenzio fanno la differenza.
Perché poi succede come a Ceggia, uno o due anni fa, si suicida una madre col proprio figlio, e tutti giù a dire che non se lo immaginavano, che non avrebbero mai detto, che stava bene… ma ci guardiamo attorno? Ci ascoltiamo quando parliamo? O abbiamo direttamente rinunciato a parlare di quello che abbiamo dentro perché, tanto, nessuno ci ascolta?

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