Il cervello anarchico, Enzo Soresi

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Un po’ saggio, un po’ biografia.
Incentrato sulle capacità di autoguarigione del cervello, Soresi, Pneumologo e oncologo, analizza l’incidenza dello stress e della situazione psichica sulla malattia. Ma sparsi per il libro ci sono tantissimi aneddoti che riguardano la sua esperienza in ospedale e non: medici che buttano in faccia diagnosi mortali ai pazienti, medici che coltivano la relazione col malato senza dimenticare che è una persona viva… si va da un estremo all’altro.

Parla dell’effetto placebo (ma anche di quello nocebo), mai sufficientemente studiato e sfruttato.
Parla delle donne cambogiane che, costrette dai Khmer rossi ad assistere alla tortura di mariti e figli, hanno pianto fino a perdere la vista.
Parla dell’insorgenza di malattie psicologiche e organiche in seguito ad eventi stressanti (dal tradimento del coniuge, alla morte di un familiare).
Parla di gente che, affetta da malattie mortali, non è morta finché non ha compiuto qualcosa che gli stava a cuore.
Parla della multiterapia Di Bella (Soresi faceva parte del pool che doveva testarla per i tumori polmonari).
Parla schietto, senza tacere suoi errori diagnostici, ma anche senza tacere quelli altrui, nonché i dubbi che nutre sui medici di famiglia e sulla preparazione che viene loro impartita dal sistema universitario tradizionale, del tutto astruso dalla medicina alternativa o non convenzionale (che – in certi casi – funziona) e dalla necessità empatica.

A volte, leggendo, ho l’impressione chiara che si tratti di opinioni personali, tentativi, interpretazioni. Certo. Però mi è sembrato un medico umano, non un burocrate.
Lui ha lasciato il posto di primario di un ospedale milanese per preservarsi dallo stress e dalla burocrazia galoppante, ora si dedica ai malati in via privata, appoggiandosi, ove necessario, ad un pool di specialisti e senza rifiutare in via preventiva approcci non convenzionali (fitoterapia, agopuntura…).
Almeno si documenta, cerca di migliorarsi.
Non ho la stessa impressione quando vado dal mio medico a farmi fare una ricetta.

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