Neve a New Orleans, Edoardo Del Conte

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La mia regola è: non comprare libri “editi” dalla Albatros. Ma una regola non è tale se non è tarlata di eccezioni. In questo caso, l’eccezione è stata motivata da tre ragioni:
– L’autore è del mio paese;
– Il libro è breve;
– Si impara anche da chi si è lasciato incantare da una casa editrice a pagamento. Soprattutto quando in alcune delle sue imprecisioni rischio di caderci pure io con i miei scritti.

Ad esempio: i cliché. In questo racconto, il cliché è lo scrittore americano col blocco. Da Shining, solo per citare il più noto, i romanzi statunitensi ne sono pieni. Lo stile americano è reso molto meglio dalla scrittura, che mi richiama alla mente alcuni autori USA (non Auster, né Irving né King, ma un eco della parlata americana c’è).

New Orleans resta una cartolina: mancano i nomi delle vie e delle piazze (forse ce n’è uno o due), i locali tipici, i luoghi, insomma, il mondo-new-orleans. La scena dei senzatetto, oltre che superflua per la storia, sembra presa da un telefilm più che da un’esperienza reale.

Sully? Persona inesistente. Se ne parla un po’ all’inizio tanto per dire che c’è, ma alla fine questo personaggio-non-personaggio serve solo perché ha un garage in cui tiene la Harley il protagonista.
Per non parlare di Francine: lei dovrebbe essere l’idea fissa, colei che è lo scopo di tutto il racconto, la stella cometa, il centro attrattivo, ma… dice due frasi in tutto, non è per nulla descritta nel carattere, nessun riferimento a qualche trascorso insieme, né tantomeno si trovano accenni a una parvenza di vita comune tra lei e il protagonista: insomma, a parte il fatto che è bella, non si capisce perché è lei l’idea fissa del protagonista in un momento così drammatico quale un attacco bellico, dove ognuno dovrebbe pensare alla pellaccia propria.

Poi: la Cina ha attaccato gli Stati Uniti e sta radendo al suolo tutte le città principali a partire dalla West Coast.
Perché la gente sta così “immobile”? Anche all’aeroporto, ad esempio: si sente un forte boato, si sa che un paese straniero ha attaccato… non si sta immobili, come succede nel racconto, in cui l’unico a muoversi è il protagonista che si trascina dietro Francine. Secondo me sarebbe stata più credibile una reazione di panico di gruppo.

Salto altre cosette e arrivo al finale: cosa c’entra la sincerità con se stessi, con tutto il resto della storia?

Mi direte che è un libro da buttar via… Sbagliato. Non si butta via proprio niente.
L’autore ha 19 anni: tutto quello che ho scritto sopra è un cumulo di difetti dovuti all’inesperienza e alla fretta di pubblicare. Però Del Conte, poveraccio, sa scrivere. Dico poveraccio, perché se avesse trovato qualcuno (e intendo un professionista di una casa editrice) che gli avesse detto cosa va e cosa non va nel racconto, avrebbe potuto rimediare da solo.
Ma per aiutare uno che ha buona volontà, ci vuole interazione con qualcun altro che sa. E mi riferisco sempre a professionisti delle case editrici, non una come me, che sono solo una lettrice.

Insomma, da incoraggiare: uno che a 19 anni invece di drogarsi, ubriacarsi o correre con lo scooter si mette a scrivere, va incoraggiato (a scrivere, non a pubblicare troppo presto).

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