La vita che volevo, Maribeth Fischer

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Grace ha un bambino di tre anni che soffre di una malattia mitocondriale (difficoltà di trasformare il cibo in energia) e dunque è destinato a morire da un momento all’altro, ogni crisi potrebbe essere quella decisiva. Come se non bastasse, lei viene accusata di soffrire di sindrome di Munchausen per procura, un disturbo della personalità a causa del quale sarebbe lei a indurre i sintomi nel figlio, tutto al fine di attirare l’attenzione su di sé, sulla sua bravura e abnegazione.
Lei è innocente e tuttavia la allontanano dal figlio negli ultimi giorni della sua vita, e il bambino, lungi dal migliorare in assenza della madre presunta carnefice, muore.

Tristissimo.
Pieno di lacrime e sensi di colpa e separazioni e bambini che soffrono e… di domande sul “cosa resta?”
Ma la cosa che mi ha colpito di più è che il romanzo porta questa dedica:
In memoria del mio paperottolo.
Come cavolo ha fatto a scrivere su una tale disgrazia? Non biasimo, intendiamoci! Solo, davvero mi chiedo dove ha trovato la forza di andare avanti dopo una cosa del genere (che io neanche nomino) e fare un gesto così intimo, così confessionale, così… autolesionistico come scriverci un romanzo sopra.

Questa lettura mi ha portata a “Il caso o la speranza?” di D’arcais e Mancuso, incredibile come i libri si leghino tra loro.
Mancuso e D’arcais intavolano un duello serrato. io ciondolo da una parte all’altra e non mi deciso mai del tutto.
“Cosa resta?”

3 Comments

Filed under Libri & C.

3 responses to “La vita che volevo, Maribeth Fischer

  1. beh, certo…un finale di una tale tragicità non credo possa lasciare gran forza di scriverne.
    Difficile, sicuramente.
    Il mio romanzo ha un …lieto fine.
    Anche se nato da una tragedia…🙂
    http://www.progettocultura.it/430-nora-e-il-bambino-che-non-aveva-ombra-9788860924643.html

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