Nomade, di Ayaan Hirsi Ali

Tanto perché non si dica che me la prendo solo con la mia religione di origine, sono a pag. 164/275.
Ayaan è una donna somala scappata dalla famiglia quando il padre ha cercato di farla sposare a un parente molto più vecchio di lei, mai conosciuto, che viveva in Canada. Se ne è andata in Olanda, dove si è rifatta una vita, abbandonando la religione musulmana e le credenze dei suoi avi. E’ diventata membro del parlamento olandese ed ora vive negli Stati Uniti, dove è costantemente scortata da guardie del corpo perché le sue posizioni contro l’Islam l’hanno fatta diventare bersaglio di varie minacce di morte.
Con certa gente non si può ragionare: ti minacciano di morte o ti ammazzano senza neanche minacciarti. La dialettica non rientra nei loro schemi.
Comunque, lei non ci è andata per il sottile.

Dice che le donne nell’Islam sono considerate esseri inferiori, private del diritto di uscire, di farsi una vita, di ragionare, di parlare, di fare sesso con chi vogliono, di studiare. Peggio: dice che questa discriminazione non è frutto di frange estremiste dell’Islam, ma di tutto l’Islam, perché Maometto ha scritto di comportarsi così:
“Credo che la soggezione delle donne all’interno dell’Islam sia il più grande ostacolo all’integrazione e al progresso delle comunità islamiche nell’Occidente.”

Se la prende anche con i paesi occidentali, così preoccupati di far integrare gli immigrati da non accorgersi della pericolosità di questa religione. Non si tratta di integrarli, ma di farli partecipi dei principi di democrazia e uguaglianza, dice la Ayaan.
Comunque la si pensi in merito, un libro da leggere.

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