Una vita come le altre, Alan Bennett

Mi piacciono le storie vere perché fungono da esempio più delle storie inventate. Qualcosa è successo davvero a qualcuno: potrebbe succedere a me, potrebbe già essermi successo, potrei accorgermi di qualcosa che ancora non ho notato.

Alan Bennet rievoca la sua vita con i genitori: una madre soggetta a frequenti attacchi depressivi, un rigore familiare che imponeva di tenere nascosta questa vergogna. Ma anche una zia morta dopo una fuga dall’ospedale psichiatrico, e un nonno suicida di cui le leggende familiari dicevano fosse spirato a causa di un infarto fulminante.
Mi piace questo libro perché Bennet non fa l’eroe, racconta come si sentiva, senza nascondere rimorsi per non essersi saputo comportare diversamente.

La madre è stata sottoposta ad elettroshock: ora il nome da solo fa drizzare i capelli in testa. Ma chi ha provato a vivere in casa con una persona come sua madre, non è così lapidario nella condanna.
Questo non è un romanzetto in cui la malata di mente viene coccolata fino all’ultimo: Bennet non nasconde di aver perso la pazienza più di una volta.
Chi ha provato situazioni del genere, lo può capire.

E poi, la paura che, forse, interessa ancora molte famiglie oggi: quella di essere messi al bando, o di non essere all’altezza.

Ma soprattutto mi è piaciuta la fine:

“Io ci vivo tuttora con il mio partner, come si usa dire, che ama questa casa e questo villaggio ancora più di me. Ha trent’anni meno di me, e quello che pensa il vicinato non lo so, anzi adesso, finalmente, non me ne importa nulla. Questo, almeno, ho imparato dalle vite dei miei genitori”.

Bravo Bennett.

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