Il sopravvissuto, Antonio Scurati

Sono a pag. 208 (su 370).
Lo stile di scrittura acchiappa, è un mago della parola, però a volte indulge con i ghirigori senza portare avanti la storia. Un esempio su tutti: che bisogno c’è di dire “liquido scuro ricavato per decozione dai frutti tostati di quella pianta” quando potrebbe dire più semplicemente e umanamente CAFFE’?
Mi piace a sua capacità scrittoria, ma a volte indulge su queste manifestazioni che, secondo me, sono puramente estetiche.

Tutta la prima parte è incentrata sulla reazione/shock del professore alla strage compiuta dal suo allievo prediletto, che ha lasciato solo lui come sopravvissuto. Lunghetta.
Poi finalmente nella seconda parte incomincia a reagire e va alla ricerca dei motivi del gesto rileggendosi il diario di un anno scolastico. La storia procede davvero al rallentatore. Si entra in analisi minuziose di pensieri e gesti, descrizioni ed impressioni quasi alla maniera di Proust, probabilmente con lo stesso scopo di cercare la Verità sotto la quotidianità; però una pagina abbondante del protagonista che, bevendo una goccia di caffè, si immerge nel mondo delle coltivazioni della pianta, del sudore degli schiavi, della geografia e di popoli vecchi di milioni di anni… bè, forse è un po’ troppo.

A parte questo, la lettura la continuo perché, ripeto, scrive con una fantasia verbale che se io anche assumessi in una decima parte, sarebbe oro!

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