Combattimento e scrittura

Ho iniziato ieri a leggere “Gli attrezzi del narratore” di Alessandro Perissinotto, e oggi ho piegato l’angolo a pagina 43, segno che mi fermo qui. Eppure trovo fantastiche le coincidenze che legano i libri man mano che li prendo in esame uno dopo l’altro.
Infatti ho cominciato oggi a leggere “Four sides” di Joe Santangelo, e subito mi è saltata all’occhio la presenza in entrambe le opere (nelle prime pagine, e non è un caso) della parola “tecnica“.

Perissinotto analizza gli elementi del racconto, cita Propp, spiega le prolessi e compagnia bella. Il suo è un lavoro di attribuzione di nomi agli elementi delle storie. In questo momento l’accademicità non mi serve, per questo ho messo da parte il volume.
Santangelo invece è al suo primo saggio. “Four sides” è – per quanto mi è dato di capire arrivata a pagina 16! – una riflessione su arti marziali, scrittura e musica. Avrò delle difficoltà ad archiviarlo, una volta finito: dove lo metto, tra i libri di filosofia orientale o occidentale, nel settore sociologia o antropologia?
Mi porrò il problema all’ultima pagina.

Dicevo che in entrambi i testi ho trovato la parola TECNICA.
Santangelo, nel primo vero capitolo del suo saggio, parla del combattimento e dice che è composto da una parte psichica e una fisica, le tecniche, appunto, “procedimenti opportunamente progettati e affinati sulla base dell’esperienza e finalizzati ad ottenere uno scopo”. Calci, pugni, ginocchiate, leve si imparano attraverso la ripetizione, sono “allenabili, migliorabili”.
Perissinotto, da parte sua, descrive la tecnica come “una sorta di esperienza codificata e riutilizzabile”. Parla della tecnica narrativa, ma la definizione è adatta anche dal di fuori della letteratura.
I due approcci, di Perissinotto e di Santangelo, sono simili: in entrambi compaiono l’esperienza, la ripetibilità e la migliorabilità.
Se ci fermiamo al livello delle tecniche, tuttavia, sia nelle arti marziali che nella scrittura (mi allargo troppo se dico “nella vita”?), stiamo ancora soltanto applicando regole: per far ciò non serve essere del tutto presenti.
E’ un po’ come guidare l’auto: premiamo pedali, azioniamo frecce, rispettiamo i segnali… ma contemporaneamente siamo immersi in pensieri di tutt’altro genere.

“Combattere significa esserci” dice Santangelo.
E, sul lato della scrittura, Natalie Goldberg ci ricorda che “la letteratura ha il compito di rendere desti, presenti, vivi”.
Per “esserci”, per restare “vivi”, la tecnica da sola non basta. Bisogna fare un passo in più, sia nel combattimento che nella scrittura: bisogna arrivare all’arte.

Devo farmelo tatuare in fronte, questo, così me lo ricorderò ogni volta che passerò davanti a uno specchio.

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