Il sermone sulla caduta di Roma, Jérome Ferrari

Lo spirito filosofico che permea il romanzo si amalgama bene con la storia dei personaggi senza appesantire, e lo stile, caratterizzato da periodi lunghi con frasi a cascata, non va assolutamente a discapito della leggibilità, anzi: non si sarebbe potuto scrivere (nè tantomeno tradurre) in modo diverso.

I mondi scricchiolano, si crepano, e alla fine crollano, è nella normale natura delle cose. Ma chi se ne è accorge è bravo (Matthieu, ad esempio, non se ne accorge).
Questo vale per i mondi, le persone, le piccole e grandi realtà in cui viviamo, le abitudini, i paesaggi, i pensieri…
Che i mondi cadono ce lo diceva Agostino nel sermone che ha tenuto quando ha saputo della capitolazione di Roma per mano dei barbari; ma ce lo dicono anche le filosofie orientali. Con una differenza: le filosofie orientali (e quelle pagane, che Agostino cercava di contrastare) affermano che il tempo è circolare.
Agostino diceva invece che il tempo è teleologico, che c’è un fino a cui la storia mira.
Balle! sembra dirci Ferrari. Anche Agostino, secondo l’autore, negli ultimi secondi di vita si è accorto (deve essersi accorto!) che il tempo è circolare, che la fine e le origini coincidono, che l’unica cosa che si può fare è dare testimonianza di ciò.
E Agostino, col suo De civitate Dei e la sua storia, libera eppure guardata a vista e in anticipo da Dio, muore come un uomo, ripetendo per l’ennesima volta in una necessaria circolarità la morte di tanti altri uomini.

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