Mio padre votava Berlinguer (Pino Roveredo)

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Ci sono scrittori che non scrivono sulle righe, ma sulle corde, e con quelle corde ti legano e attirano a sé. Non sono quasi mai le corde della razionalità: si tratta di affinità emotive.
Nel caso di Roveredo la corda non è l’antipatia contro Berlusconi e la casta, che condividiamo con migliaia di persone, ma ce ne sono almeno altre tre.

La prima è il senso del proprio limite culturale. Roveredo lo descrive così: “la consapevolezza della mia miseria cultura,e ma con la convinzione che anche con le scritture rasoterra si possono raccontare storie importanti.” Condivido pure io, anche se ogni tanto l’ignoranza letteraria mi brucia.

La seconda affinità emotiva, è il modo in cui vede gli operai e la forza lavoro contemporanea. Hanno perso il senso della solidarietà. Hanno perso energia (e non mi tiro fuori dal mucchio). Un sintomo di ciò, è che “non si parla più di donne”, come rileva lo scrittore, aggiungendo che l’ambiente è “riempito con le illustrazioni di tattiche e moduli calcistici”.
Mi son trovata a leggere queste pagine e a pensare a un mio raccontino di due anni fa:
“(…)c’è qualcosa che non va, in tutto questo sfavillare di denti.
Il sintomo più visibile sono gli uomini. Quelli che una volta erano i maschi. Sono arrivate con le scarpe lucide, le giacche e il gel sui capelli, muovendosi come gatti annoiati. Guardano le tavole apparecchiate, vedono passare il caviale e si illuminano dandosi pacche sulle spalle. Una volta seduti, parlano solo di soldi. Non parlano di donne.
Jenny, la centralinista, è uno splendore nel tubino perlato che le fa risaltare il rosso dei capelli: la sua pelle fa concorrenza in biancore alle tovaglie, e gli occhi vivono sotto le palpebre azzurre felici come pesci nel mare. E con lei c’è Irina, altrettanto viva ed elegante. Credono che gli uomini parlino di loro, laggiù in gruppo, mentre si lancino risatine e ammiccamenti e facce sbalordite. Invece stanno osannando i rivestimenti in pelle della TT di un industriale al tavolo vicino. Poi cambiano argomento, e passano alla piscina di un architetto nostro collaboratore. I nuclei dei discorsi sono solo quello che ci si potrebbe comprare con i soldi di questo o di quello.
E le donne, inconsapevoli del proprio spreco, continuano a sbattere le ciglia su e giù, come la coda di uno storione che strazia il terreno su cui l’hanno gettato a morire.”

Infine, la terza affinità emotiva, quella che preferirei aver evitato e che qui mi dispenso dal nominare.

E tutte queste corde sono appese a una prosa poetica che allo stesso tempo rallenta e incunea la lettura tra le parole.
Cosa bisogna fare per scrivere così?
Se in certi passi (come quelli incentrati sulla disoccupazione e la schifezza politica) in realtà non dice nulla di nuovo, in moltissimi altri il suo stile è superiore a quello della Mazzantini, che ne “Il mare al mattino”, nel suo ritmo paratattico mi ha stancata.
Non è solo l’esperienza del dolore, the ti porta a scrivere così, altrimenti saremmo persi in una selva di Pini. Non è lo studio.
Dunque?
Penso sia un particolare modo di funzionamento del cervello. Sì, insomma, una dote. OK, OK: le conosco tutte le differenze che ti insegnano ai corsi di scrittura creativa tra sudorazione e ispirazione, ma una base di “dote” ci deve essere comunque. E qui c’è.

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