L’agave

Sono l’agave puntuta.
Sopravvivo e bramo la pioggia che mi dileggia negandosi. Vivo sotto terra, nel mio nucleo calmo che, a volte, si rivela in un profumo: monca di narici lo lascio disperdere nel vuoto.
Mi estendo nelle quattro dimensioni: attorno a me musi prudenti mi studiano e poi mi evitano. Le mie braccia allontanano l’aria e gli sguardi.
Infliggo le spine alla terra che ingloba il mio passato: denti di serpente iniettano veleno che poi riassorbo con radici assetate. Mi allungo verso il basso con le punte ocra delle dita, scavo origini che non posso amputare.
Una sola foglia tende verso il cielo: testarda, smeraldina e cieca, punta la spina come a bucare le nuvole. Le ferità, forse, un giorno. E il sangue piovano, precipitando a lame, si infiltrerà nelle falde della memoria.
Sono l’agave puntuta.
Inghiotto la mia linfa, protraggo le spine e non posso sfiorare nessuno senza bucargli l’anima.

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