Le geisha di Arthur Golden

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Memorie di una geisha è un romanzo che non può non piacere.
Già dalle prime pagine, con tutte le sue similitudini giapponesi (anche un po’ troppo frequenti, forse, come per farne sfoggio) Golden ti fa entrare in un mondo per conto suo. Lo stile parlato scivola bene, nonostante l’abbondanza di avverbi in -mente (ma non dimentichiamo che il romanzo è tradotto dall’inglese). Forse un malinteso di traduzione devo segnalarlo per la pag. 13: “sorellina”. Credo fosse meglio scrivere “sorella minore”, che in giapponese ha una valenza più pregnante…

Ma passiamo alla storia in sé: affascinante. E così piena di dettagli che non mi meraviglia la lunga gestazione del romanzo.
Però… si parla tanto di donne orientali come donne miti… beh, forse nel senso di “sottomesse all’uomo”. Ma non certo miti nei confronti di altre donne. Anche qui, come in Geisha of Gion (l’autobiografia di Mineko Iwasaki) e, in un contesto moderno, in Stupore e tremori della Nothomb, molto è incentrato sulla bellezza femminile associata alla perfidia.
Diciamolo: una che fa tutta quella fatica per diventare geisha (o donna d’affari per il libro della Nothomb), è naturale che, una volta raggiunto l’obiettivo, abbia bisogno di sfogarsi su qualcuno!
Quel che mi pare inverosimile è che sia la protagonista del romanzo di Golden, e la Iwasaki nella sua autobiografia siano vittime tanto buone e ingenue. Pazienza il romanzo, che è fantasia, ma la Iwasaki?
E se la sua controversia con Golden, più che un fatto di privacy e rispetto per persone realmente esistenti, sia stato un modo per raggranellare vil denaro?
La Iwasaki diceva che Golden aveva violato il patto di segretezza ammettendo in più occasioni di aver preso le sue esperienze come modello per alcuni personaggi. Magari si è ispirato proprio a lei per il personaggio di Mameha (entrambe le più famose geishe di Gion).
Capisco anche che si sia offesa quando nel libro Golden assimila una geisha a una escort: però… è un romanzo. Chi lo prende per verità assodata farebbe bene a documentarsi in modo più approfondito, non spettava al romanziere distinguere troppo.

Più delle accuse che la Iwasaki ha rivolto a Golden, a me ha dato fastidio la traduzione del titolo della biografia della Iwasaki: in inglese, Geisha of Gion; in italiano Storia proibita di una geisha.
Nel nostro paese, senza ammiccamenti e allusioni sessuali non sappiamo stare. A discapito dei contenuti, poi…
Stessa cosa posso rilevare con il Makura no Soshi, della Shonagon. In italiano, la traduzione del titolo è Note del guanciale. Anche qui, lascia intendere quello che non è, soprattutto perché associato alla copertina in cui compare una giapponese nuda, certo, con i kanji sul corpo, che fanno tanto… orientale!). Non sono storie di letto.
Ovviamente, l’editore delle Note è Mondadori. Ovviamente. Poi chi legge il libro, capisce la furbizia editoriale.

Ma torniamo alle geishe. Sono a metà del libro di Golden e ancora non si è fatto cenno alla cultura generale che una vera donna di talento deve avere per intrattenere politici, industriali, diplomatici, scienziati… non si parla della preparazione che la geisha deve avere per intavolare una discussione con un uomo che, bene o male, ha studiato parecchio per arrivare dov’è.
Non è solo questione di occhiatine e sensualità!
Storia, diritto, geografia, lingue straniere, produzione della gomma, astronomia o che so io… Niente. Ma sono questi gli argomenti che bisogna tirar fuori per intrattenere una persona per le cinque o sei ore che può durare una serata. Bisogna documentarsi sul campo specifico. E qua non se ne accenna neanche, “solo” tè, saké, musica, danze. Non è così.
Forse nella seconda metà del romanzo?
Speriamo. Perché allo stato attuale, sembra che la protagonista viva solo per compiacere un fantomatico presidente. Non c’è la minima traccia di dignità femminile.
Ma di sicuro io sono troppo occidentale.

2 Comments

Filed under Libri & C.

2 responses to “Le geisha di Arthur Golden

  1. Io che sono troppo orientale concordo con te. Sarà anche perché queste trame sono persino troppo pulite per essere incantevoli (e quindi, il motivo è opposto al tuo).
    La sottomissione è una forma estetica, non tutto deve essere necessariamente visto in prospettiva meramente morale. Direi di definirle più che “miti”, in genere opere d’arte viventi. Non certo Giotto… Ma non è necessario fare la gara. Oggi più che mai. Opere d’arte (in un’accezione tipica e sin troppo allargata) proprio perché le osservi, le ammiri, ti lasci affascinare, cerchi di comprenderle, cerchi la distanza come si fa di fronte ad un dipinto, alla bella natura o t’immergi in esse.
    Sai, forse l’idea di intrattenimento intellettuale “universitaristico” che per noi è fondamentale ed indice di “buona” presenza non è legge universale. Tu intendevi anche il modello di donna che contribuisce, in qualche modo, al progresso dell’umanità. Ma sarebbe come dare una definizione quantitativa di cultura e riduttiva di natura, e dare delle prive di “dignità” a tantissime donne che fanno cultura attraverso un’altra prospettiva della natura umana, non scientifica e non didattica o pedagogista. Una definizione non peggiore e non migliore, semplicemente diversa e contestualizzata. E intendo donne di ogni epoca e di ogni gruppo sociale. La geisha in fondo non è altro che l’espressione di un’organizzazione sociale e culturale che trova nel sistema la sua funzione fondamentale e che serve come sua espressione vitale. La dignità o la vergogna dell’essere femminile senza dubbio esortata e richiesta per assoluti fini edonistici ed utilitaristici è il rischio dietro ogni ruolo sociale. Non ho letto i romanzi, ma da come ne parli evidentemente davvero la nobiltà interiore è stata, come spesso accade, corrotta.

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    • Se si escludono certi casi particolari di opere d’arte viventi come intese in giappone, posso capire, ma per le geishe non lo metterei in quest’ottica. sono persone senza speciali meriti, nonostante la loro preparazione sia affinata in molti campi.
      Però se leggi il libro di Golden, mi piacerebbe conoscere la tua opinione in merito all’immagine che ne viene fuori.

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