Manipolazione in corso


Robert Burnley, che si definisce maestro spirituale e terapeuta della sofferenza, sul suo sito scrive:
“Finché pensiamo che per essere felici non possiamo fare a meno dell’altro, siamo solo dei drogati che si assicurano la dose giornaliera – che usano l’altra persona come droga preferita”.
Nella cultura terapeutica (“Il nuovo conformismo”, Frank Furedi, Feltrinelli) l’autocoscienza e l’autonomia sono valutati come il massimo obiettivo da raggiungere.
Parliamone…

Intanto: autocoscienza. Come si raggiunge? Meditando per mesi ed anni in zazen in un tempio arroccato su una montagna del Tibet, cibandosi di erbe e ascoltando il vento che sale dalla valle? Affascinante, certo. Ma – e lo dico io, che sono affetta da orsite ricorrente – questa meditazione in solitudine non viene mai messa alla prova, finché si sta sulla cima della montagna. Nessun esame, nessun riscontro. Dopo dieci anni di una simile esperienza, non ha senso dire “sono autocosciente” se non c’è nessuno che ti senta dirlo.
Dunque bisogna scendere a valle e mettere in gioco la nuova capacità. Il test vero e proprio è stampato nell’interazione. Inutile meditare un decennio e poi passar davanti ad un proprio simile senza sorridere.

Autonomia: nel libro di Furedi spesso si spiega come la cultura terapeutica stigmatizzi i rapporti di dipendenza, siano essi familiari, d’amicizia o d’amore. “Donne che amano troppo” è uno dei saggi che trattano queste dipendenze affettive.
Può essere che ci siano elementi di patologia in alcuni rapporti, ma questo giustifica la demonizzazione di tutti i rapporto in funzione dell’autonomia? Che significa essere autonomi? Vivere soli? O rifiutare di accogliere un anziano in casa perché limiterebbe troppo la libertà?
E’ normale (= frequente) che un rapporto emotivo possa provocare sofferenza. Il rischio fa parte dei rapporti umani, “ma più diminuisce la fiducia nei rapporti personali, più cresce il bisogno di ricorrere a figure professionali. L’erosione del senso di dipendenza dagli altri non accresce dunque l’indipendenza individuale, ma porta semplicemente alla sostituzione di una forma di dipendenza con un’altra”.

Lo stato e la società tentano sempre più spesso di trattarci come pazienti, invece che come cittadini. Fanno appello alle nostre emozioni personalizzando la politica, mostrandoci le emozioni di gente che dovrebbe occuparsi di affari pubblici, moltiplicando i reality in cui si piange e si odia e, sì, anche riprendendo a distanza ravvicinata gli occhi degli intervistati nelle trasmissioni televisive.
Il tutto per creare una forma di immedesimazione che ci faccia dire: “Anche io sono come quel personaggio in TV, anche io ho quelle debolezze, mi so infuriare, e so piangere come lui…”, tanto che non è più eroe chi si sacrifica per gli altri, ma chi confessa in televisione le proprie magagne private.
Questa è manipolazione mentale.
Perché decidono loro quali emozioni vanno bene e quali no.
Le ondate emotive dei fiocchetti e dei nastrini da appendere alla giacca non hanno mai cambiato un bel nulla. Lo stesso dicasi per le tante indignazioni che girano su Facebook: tutto dura lo spazio di un mattino. Perchè sotto non c’è un’ideologia, nè un programma di vita.
O meglio: un programma c’è. E lo scopo è di intontirci con le nostre stesse emozioni per lasciare qualcun altro libero di usare il cervello.

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