Tredici saggi sul T’ai chi ch’uan, Cheng Man Ch’ing

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La premessa è più importante del corpo del post: un’arte marziale si impara praticandola, non leggendola (come anche le arti non marziali, del resto).
Tuttavia sono entrata in un mondo così nuovo pr me, che certe domande, non essendoci molto tempo per sviscerarle a lezione, devo cercarle sulla carta stampata.
Il problema è trovare testi buoni.
In libreria e sul web ce ne sono molti sul Tai Chi, ma, com’era per l’aikido o il taiso, ce ne sono molti che non servono a nulla o che sono addirittura fuorvianti.
Ho scelto questo saggio di Cheng Man Ch’ing perchè non c’erano tante foto e perchè la Feltrinelli mi ispira un poco di fiducia:

“Nei tempi antichi, quando i praticanti di arti marziali scoprivano una grande tecnica, non erano soliti svelarla ad altri. La trasmissione avveniva ‘tramandandola al figlio e non alla figlia’. Non tutti i figli, però, dimostravano talento e spesso la tecnica andò perduta. Se il maestro aveva buoni discepoli insegnava loro i suoi segreti, anche se teneva sempre per sé un segreto in vista di situazioni di emergenza. In un clima del genere è impossibile lo sviluppo delle arti marziali.”

Non ho trovato un’introduzione storica dettagliata sul Tai Chi, ma un po’ della filosofia che ci sta sotto, sì (le sfere, gli elementi, lo ying-yang…).
Ci sono degli accenni ai saggi classici, che vengono spiegati su base “quasi” concreta, e in fondo mi va bene che non approfondisca troppo, perché temo che non avrei capito molto al mio stadio di pratica!
Insomma, come introduzione può andare (ho saltato le parti fotografiche perché la sequenza è troppo diversa da quella che pratichiamo in palestra), però… certe curiosità mi sono rimaste.
Esempio: sì, il rilassamento è essenziale; ma fino a che punto posso regolarlo coscientemente?
Poi: che relazione c’è tra tai chi e Qi Qong?
E poi: cercavo connessioni tra Tai Chi e medicina occidentale. L’autore, poverino, ci prova, ma… il libro è stato scritto nel 1947. Raggi X e stetoscopio sono visti con sospetto da Cheng Man. Lui stesso è guarito dalla tubercolosi col Tai Chi: ci può stare. Ma a un certo punto dice che c’è chi è guarito dalla TBC bevendo cherosene (!) o mangiando “parecchie decozioni di placenta umana messa a farcire l’anitra e fatta cuocere per tutta la notte”. Da queste poche righe, intuisco che il libro non può essere molto affidabile sui legami tra Tai Chi e medicina occidentale…
No, decisamente mi serve qualche testo più aggiornato.
Accetto suggerimenti.

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