Parole da mangiare

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E’ vero, non leggo poesia.
Ma c’è un motivo: è troppo intensa. Gli spazi bianchi mi fan venire l’agorafobia e le parole ribelli alle leggi grammaticali mi mettono di fronte a esistenze alternative che non sono sicura di voler conoscere.
La poesia rompe gli schemi della lingua e del pensiero, e io ci sono affezionata, ai miei schemi.
Però… ci sono due però.

Il primo: mi affascinano i matti. Uso l’aggettivo sostantivato “matto”, però, se si escludono le liste cliniche di sintomi e cure, la parola è più ambigua di Giano. Di certo, qui e ora i matti sono quelli fuori dagli schemi. Come la poesia.

Secondo però: amo la prosa poetica. Dalla Mazzantini alla Mazzucco, da Roveredo alla mia attuale lettura, la Bulgheroni.
In “Un saluto attraverso le stelle” le parole, pur rinunciando al bianco agorafobico della poesia, sono così intense che non ti basta leggerle: ti vien voglia di inglobarle, di… sì, di mangiarle.
Non nasconde, la Bulgheroni, le sue genesi poetiche, e infatti ogni capitolo riporta versi di vari autori. Come il titolo, che è un frammento della Achmatova:

Se solo tu potessi mandarmi a mezzanotte
un saluto attraverso le stelle

Anche le stelle partecipano al gioco del treno delle parole facendosi portatrici di suoni e memorie dal passato al futuro. Isabella, la voce del romanzo, incarna un poco questo ruolo di messaggera raccontando la vita domestica durante la seconda guerra mondiale.
Però senza farsi illusioni: la memoria fa da tramite, è lei che ci offre il passato con le sue mani selettive e bucate.
Ecco perché ho scelto l’immagine del gioco in cui ci si sussurra le parole all’orecchio; perché nel passaggio da una bocca all’altra le parole si deformano, si allungano, rinascono per assonanze e rime, finché alla fine l’ultima erede è il fantasma sfilacciato della prima ava.

Ma va bene così.

Perché l’alternativa sarebbe il silenzio assoluto, lo spazio bianco in cui l’inchiostro è sbiadito nel nulla.

Sarebbe l’oblio.

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