Divorzio a Buda, Sàndor Màrai


Lo stile e i temi di Màrai lo rendono riconoscibile in ogni sua opera, eppure non ci si stanca mai di leggerlo. Il divorzio del titolo non si riferisce solo alla separazione giuridica tra due coniugi, ma coinvolge ben altre realtà: la verità e la recita, innanzitutto, sempre intima la prima, con risvolti sociali la seconda. Il giorno e la notte sono le dimensioni temporali in cui si svolgono i fatti: non è un caso che in questo, come in altri romanzi di Màrai (“Le braci”, “La recita di Bolzano”, “Il gabbiano”…) sia la notte ad ospitare i lunghi monologhi in cui si brama la Verità. Ma in questo libro, più che in tutti gli altri, la notte, associata al sogno, diventa il simbolo di un’altra vita che, per quanto rimanga confinata a un “io” irraggiungibile, ha causato un divorzio e un suicidio. Il protagonista, Kristòf, è un giudice perfettamente integrato nel suo ambiente sociale: è il rampollo di una famiglia di giudici, e si può star certi che raggiungerà le più alte cariche, come è stato per i suoi avi. Ha una moglie bella e intelligente, due figli… insomma, ha tutte le carte in regola per essere felice. Eppure qualcosa nel suo organismo non va e gli manda dei segnali sotto forma di strane vertigini che nessun medico riesce a spiegare. Forse è una donna la ragione di questa intima incertezza? In qualche modo sì, anche se qui non c’è alcun tradimento nel senso classico del termine, e tutto resta confinato nel sogno. Màrai è bravissimo a mettere in scena le donne e gli uomini, a parlarne per pagine e pagine, e poi a cedere le armi ammettendo che l’intimo umano è imperscrutabile. C’è un dualismo tra il conosciuto e l’ineffabile che permea tutto il libro, e la notte del monologo “chiarificatore” è un ponte tra i due luoghi: come il ponte che unisce le due parti della città, Buda e Pest, il vecchio e il nuovo. Si può attraversarlo, ogni tanto, ma le due parti resteranno sempre separate.

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