Una nuova teoria dell’educazione


Sto leggendo “La comprensione multipla”, un libro di Kieran Egan pubblicato nel 1996 ma tradotto solo quest’anno dalla Erickson. Se non mi faccio un sunto fino al punto in cui sono arrivata, non riuscirò mai a capire le prossime pagine, figuriamoci poi a recensirlo su sololibri.
Non che sia difficile o scritto/tradotto male: di provenienza americana, il saggio all’inizio mette subito in chiaro gli scopi che si prefigge e riassume le tappe del discorso capitolo per capitolo. Ma per me che sono nuova alla teoria dell’educazione, c’è bisogno di soffermarsi ogni qualvolta ci siano dei significati compiuti.

Scopo del saggio è dimostrare che l’educazione com’è solitamente intesa è incongruente nelle sue fondamenta.
Le attuali fondamenta, cioè gli scopi che ci si prefigge educando qualcuno, sono tre:
socialità: il bambino ha bisogno di una conoscenza condivisa col gruppo in cui vive, bisogna fargli interiorizzare le norme, scritte e non.
conoscenza: pensiamo al concetto platonico di Verità e all’auspicata attitudine di ricercarla tramite domande.
– Sviluppo delle potenzialità del bambino.
Ebbene, non serve che io entri nei dettagli come fa Egan per intuire che i tre scopi sono incompatibili tra loro.
L’autore si propone di fondare l’educazione su un quarto fondamento, ricavandolo da due teorie, non nuove ma interpretate in stretta connessione tra loro:
1) Ricapitolazione: in soldoni (per i dettagli vi lascio al testo), la civiltà ha seguito delle tappe evolutive. I bambini, nella loro crescita, seguono le stesse tappe. Se si asseconda questa successione, l’educazione è meno invasiva e più efficace.
Le difficoltà si sono però subito poste negli Stati Uniti con la loro popolazione mista: ai bambini degli immigrati era urgente spiegare il mondo in cui vivevano, non si poteva aspettare la “naturale” evoluzione ontogenica.
2) Assunto di Vygotskij: quando diamo senso al mondo, siamo influenzati dagli strumenti che usiamo.
Esempio: un bambino piccolo dà senso al mondo attraverso il tatto, l’udito, l’odorato. Non è la stessa interpretazione che ne darà quando imparerà a parlare. O, più tardi, a leggere.

Queste due teorie si possono incrociare.
Si prende la ricapitolazione e, sulla scia di Vygotskij, invece di mettere l’accento sulla successione dei contenuti, lo si pone sulla successione degli strumenti intellettuali che si usano per arrivare a quei contenuti (i quali, a loro volta, saranno influenzati dagli strumenti).

Prendiamo uno strumento intellettuale: il LINGUAGGIO.
Una cosa su cui non avevo mai riflettuto è che col linguaggio, in una società nascono i miti. Non ci sono miti senza linguaggio.
Anzi: non esistono popoli senza miti! MITICO!
Io non mi intendo di antropologia, ma se qualcuno mi sta leggendo e mi conferma se ciò corrisponde a realtà, gli regalo la mia stima imperitura.
Ed ecco il parallelismo con l’ontogenesi: anche il bambino, quando inizia a parlare, sviluppa miti (o si appoggia a quelli del gruppo? Questo lo scoprirò solo leggendo…).
Il bambino tra i 3 e i 7-8 anni sta abbandonando l’apprendimento del linguaggio per determinazione genetica e l’apprendimento diventa sempre pù un atto volontario (in altri termini: il linguaggio è in parte genetico, in parte acquisito).
Questo è il periodo mitico del bambino.
Le caratteristiche specifiche sono…
appuntamento alla prossima sessione di lettura!

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