I governi contro la musica

Quando la musica, come qualsiasi altra espressione umana, comincia ad andare su binari per conto suo e abbandona la pecoresca scia conformistica, allora dà fastidio. Le Pussy Riot in Russia sono uno degli ultimi casi eclatanti. Cito Alberto Dentice da L’Espresso del 6 settembre 2012:
“Ci volevano le Pussy Riot per ricordarci che in Russia la libertà di espressione ha dei limiti? Per smascherare la cronica allergia di Putin nei confronti della critica e della verità non bastava forse la lunga lista dei giornalisti uccisi o scomparsi da quando il nuovo Zar è alla guida del Cremlino? Vi dicono qualcosa di nomi di Anna Politovskaja e Natalia Estemirova? (…) ben vengano dunque le Pussy Riot. Anche perché, al di là dell’opinione che ci si è fatta sulla loro performance, la sentenza tutta politica – due anni di carcere – che ha colpito Nadezha Tolokonnikova, Yakaterina Samutsevich, Maria Ayokhina, trasformando le tre bambinacce incappuccate (ma nel video non se ne vedono cinque?) in un’icona globale della lotta per la democrazia ci rammenta un’altra verità non meno importante. Ci ricorda che la musica è un’arma potente, l’unica capace di attraversare lingue e culture. “Get Up, Stand Up. Stand up for Your Rights!”, alzati e combatti per i tuoi diritti, proprio come cantava Bob Marley (…)
E poi ci sono tutti i casi del medioriente: solo domenica scorsa sono stati decapitati a Kabul 15 uomini e due donne perchè…. ascoltavano musica!
Secondo Amnesty International nell’ultimo mese (mese!) sarebbero una decina i cantanti incarcerati o a rischio tortura per presunta OFFESA ALLA RELIGIONE!
Un altro esempio: un rapper ventiquattrenne, Alì Jamal è finito in carcere a Baku perché ha rimarcato le violazioni dei diritti umani dell’Ex Repubblica sovietica (usare i maiuscoli, in questo caso, mi fa un po’ schifetto).
Le mie tendenze politiche in questo caso non contano: uniamoci tutti in un unico grido: ABBASSO I MANGIA-DIRITTI!

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