La doppia faccia dei Luoghi Comuni

Partiamo da Flaubert, che ci ha scritto sopra un dizionario. Più precisamente da Michele Serra, che ha scritto l’introduzione all’edizione Bur che ho qui:
“Lo stupido, in Flaubert, più che uno stupido è soprattutto un conformista. E’ il ripetitore convinto, entusiasta, di ciò che è già stato detto, che non è pensato e definito secondo i crismi del giudizio personale o dell’esperienza, ma solamente per poter stare rispettabilmente in società con la inoffensiva cordialità delle opinioni condivise. Meglio: delle parole condivise, quelle che producono il suo confortante del già udito.”

Si può andare oltre: perchè si parte col desiderio di dire qualcosa di accettabile in società, frasi che siano già state testate, ma poi la ripetitività diventa una forma mentis, e si comincia ad applicarla anche ai propri pensieri, mentre si va al lavoro in auto, mentre si scelgono i detersivi al supermercato, mentre ci si veste. Se i luoghi comuni fossero solo espedienti per essere accettati in società, allora sarebbero innocenti giochetti: quello che ci (mi) frega, è l’inconsapevolezza con cui li usiamo.
Diventiamo pigri. Anche verbalmente. E visto che le parole contano, la pigrizia si allarga ad altri settori del nostro essere.

Ma evitare i luoghi comuni non è così semplice.
Si rischia di cadere nei luoghi comuni rovesciati. Provo a spiegarlo con le parole di Francesco Pacifico, “Seminario sui luoghi comuni”:
“(…) le cose migliori non sono quelle forzatamente originali, che sono luoghi comuni rovesciati, ma sono quelle cose che stanno a un passo dai luoghi comuni e ne sfruttano l’aura senza lasciarsi sopraffare.”
E allora Pacifico ricopia brani di classici in cui si parla dei luoghi comuni di sempre: rapporto uomo-donna, folla, matrimonio… paesaggi che tutti conosciamo e che perciò descriviamo con le parole che usano tutti. Noi facciamo così: i grandi autori, invece, no.
Ma un semplice rovesciamento dei luoghi comuni, denota comunque una dipendenza da essi.
Come in certe arti marziali, non ci deve essere una reazione a un attacco, ma un’inglobamento dell’attacco nel proprio movimento. Altrimenti si continua a reagire, e non si agisce mai.

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