Marcello Simoni come Eco?

Oggi sono scatenatissima.
Accantonando il fatto che poi leggo di tutto, mettiamo a confronto una pagine de “Il nome della rosa” e una de “Il mercante di libri maledetti”. Ma non vi dico a quale libro appartengono i due estratti, vediamo se lo capite da soli…

PRIMO ESTRATTO
Mentre, quasi svanito, cadevo sul corpo a cui mi ero unito, capii in un ultimo soffio di vitalità che la fiamma consiste di una splendida chiarezza, di uninsito vigore e di un igneo ardore, ma la splendida chiarezza la possiede affinché riluca e l’igneo ardore affinché bruci. Poi capii l’abisso, e gli abissi ulteriori che esso invocava.
Ora che, con la mano che trema (e non so se per l’orrore del peccato di cui dico o per la colpevole nostalgia del fatto che rimemoro) scrivo queste linee, mi avvedo di aver usato le stesse parole per descrivere la mia turpissima estasi di quell’istante, che ho usato, non molte pagine innanzi, per descrivere il fuoco che bruciava il corpo martire del fraticello Michele. (…) C’è una misteriosa saggezza per cui fenomeni tra sé disparati possono venir nominati con parole analoghe, la stessa per cui le cose divine possono essere designate con nomi terreni, e per simboli equivoci Dio può essere detto leone o leopardo, e la morte ferita, e la gioia fiamma, e la fiamma morte, e la morte abisso, e l’abisso perdizione e la perdizione deliquio e il deliquio passione.

SECONDO ESTRATTO
La notte si dissolveva nel torpore di un cielo rosato. i confratelli, dentro ilmonastero, cantavano le laudi. Willalme era già in piedi. Ignazio, sbadigliando, ringraziò il cielo per averlo fatto sopravvivere agli incubi, ancora una volta. Allungò la mano dentro la bisaccia, estrasse la lettera che aveva scritto la notte precedente e la porse al compagno. “Mi raccomando. Non è un compito pericoloso, ma stai attendo. Queste lagune hanno occhi e orecchie. Purtroppo non posso accompagnarti, lo sai. non voglio rischiare di farmi riconoscere da qualcuno, per il momento. Segui le mie indicazioni e non avrai problemi”.
“Riposa, amico mio, e non curarti di nulla”, rispose Willalme. “Sarò di ritorno al più presto”.
Il francese sgusciò dalla foresteria e aggirò il monastero senza farsi vedere, imboccando il sentiero diretto agli argini. D’un tratto udì unrumore alle spalle e si nascose dietro un canneto. un gruppetto di villani scendeva d aun dosso, i piedi e le braccia sporche di fango. Fra quelli spuntaga Hulco, riconoscibile per l’andatura bizzarra.
Erano diretti al monastero. Trasportavano una matassa di reti e canestri di pesce guizzante. Il francese attese che si allontanassero, poi si rialzò e corse verso un argine, al di là del quale scorreva un canale.

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