Guareschi e l’umorismo (1)

Pubblico qui un breve saggio che ho scritto su Guareschi. Non riporto però le note a pie’ pagina, se a qualcuno interessano, sono qui.

DIFFICOLTA’ DEFINITORIE
Guareschi era un umorista. Questa affermazione, apparentemente semplice, in realtà di semplice ha ben poco. Il termine umorismo deriva da “umore”, che nel suo significato originale significa fluido, umidità o vapore, tutti elementi che hanno in comune la mancanza di una forma precisa, e che si adattano al contenitore che li ospita o alla superficie su cui si posano. Lo stesso Pirandello, nel suo Saggio “L’umorismo” del 1908, dedica una buona parte dell’opera al tentativo di limitarne il significato, di collocarlo nello spazio e nel tempo, proprio in polemica con quei critici che, a partire dal Croce, dal Cazamian e dal Baldensperger, sostenevano l’impossibilità di definire l’umorismo, pur ammettendo, contraddittoriamente, l’esistenza di umoristi .
Una delle principali difficoltà definitorie deriva dalla vicinanza semantica con altri termini, quali comico e ironia. Quest’ultima, in particolare, che è il concetto più simile a quello di umorismo, si presta ad essere intesa in due accezioni: una meramente retorica, come antifrasi; e una filosofica , come atteggiamento di pensiero e, più in generale, di vita, che afferma l’impossibilità di enunciare tesi e giudizi perché riconosce che in realtà tutto è senza valore. Per motivi funzionali, adotteremo il punto di vista di Guareschi sull’umorismo, cercando ove necessario di sottolineare le differenze con altri concetti simili; se a volte si parlerà di ironia, sarà per evitare ripetizioni, ma il senso rimarrà lo stesso, salvo ove diversamente indicato: dopotutto, anche Pirandello e Kierkegaard, parlando l’uno di umorismo e l’altro di ironia, si dedicano entrambi a un atteggiamento che può considerarsi lo stesso, non vedo perché si dovrebbero mostrare qui delle velleità definitorie alquanto irraggiungibili. Ogni studioso (oltre a Pirandello e Kierkegaard, si sono occupati di comico e argomenti correlati anche Bateson, Bergson, Brecht, Jankélévitch, Schlegel, e altri) dà a propria definizione di ironia o umorismo, e quella definizione funziona nell’ambito del lavoro che porta avanti. Più che mettere etichette, lo scopo qui è di parlare di un particolare modo di scrivere (e di vivere) di Guareschi: anche se accettassimo la tesi limitativa e contraddittoria secondo la quale non esiste l’umorismo ma esistono gli umoristi, lui stesso si è definito umorista e da qui si può partire; sarà arbitrario, ma è funzionale.
UMORISMO E CONTRADDIZIONI
Quando si può dire che una persona è un umorista? Torniamo al nostro Pirandello, secondo il quale l’umorismo è una “specialissima disposizione naturale”, un “intimo processo psicologico” , che “implica per sé stesso” contraddizioni . Dunque le contraddizioni sono un mattone necessario all’umorismo, che è una forma d’arte (ma anche un modo di affrontare la vita) che nasce sui contrasti, sulle perplessità, sulle dissonanze, sulle storture; non solo: le contraddizioni, lo vedremo, sono anche il bersaglio per antonomasia dell’umorismo. Contraddizione su contraddizione: un atteggiamento contraddittorio che combatte altre contraddizioni.
Dunque Guareschi, che era un umorista, era necessariamente un uomo contraddittorio? Guardando dall’esterno i suoi sessant’anni di vita, si notano (apparenti) incongruenze, a cominciare dalla sua nascita, il primo maggio del 1908: partorito nella sede della Cooperativa Socialista, viene sollevato e mostrato alla folla come futuro esponente del mondo rosso che sta per sorgere: proprio lui, che fino alla fine dei suoi giorni sarà uno strenuo nemico delle sinistre.
Ma a questa incongruenza se ne collega subito un’altra: se è vero che dedicherà la sua vita alla lotta contro il sistema comunista e che si autodefinirà sempre come uomo di destra e reazionario, è anche vero che dopo la nascita della repubblica se la prenderà con la partitocrazia creata dai democristiani, adottandoli come bersagli privilegiati di vignette e strips, tanto da scivolare in una a-partiticità che lo porterà ad essere messo da parte e insultato sia dalla destra che dalla sinistra.
Si potrebbe obiettare che un ambito in cui Guareschi non mostrò incongruenze fu la sua ortodossia cattolica; ebbene, anche qui bisognerà invece mettere in evidenza degli aspetti meno noti. Se da un lato lo scrittore si tenne sempre stretta la sua fede religiosa, che gli permise di superare anche i momenti più difficili del lager e del carcere, dall’altro il rapporto con la Chiesa istituzionale non fu un monolite: è noto che attraverso vie non ufficiali, alti esponenti cattolici in contatto diretto col Papa Giovanni XXIII gli abbiano mostrato il desiderio di affidargli la stesura di un catechismo più adatto ai tempi moderni. Tuttavia, da parte di altri rappresentanti cattolici, fu tacciato di eresia, in particolare, di irenismo. Sto parlando del vaticanista Benny Lay che nel 1953 accusò Guareschi su “La Gazzetta del Popolo” di aver “trattato con eccessiva bonomia il problema della lotta del comunismo contro la Chiesa (…). Nel Don Camillo, infatti, tutti i vari episodi tendono a dimostrare che vi è la possibilità di fare coesistere, tramite un modus vivendi, marxismo e religione cattolica. Errore d’impostazione (…) molto grave, tanto da essere condannato dalla Chiesa” .
Vogliamo cercare un Guareschi “tutto d’un pezzo” nella sua vita familiare? Ebbene, non c’è un Giovannino-blocco-unico neanche qui, perché se da un lato lo scrittore ha sempre riconosciuto l’importanza della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio cattolico, dall’altro, ha avuto un figlio fuori dal matrimonio con una donna che non sposò e ha convissuto per un periodo con la fidanzata Ennia, dunque anche questo settore della sua vita non è scevro da incongruenze.
Una delle contraddizioni che colpiscono di più nella sua personalità, comunque, è la convivenza di fede e senso del tragico, di fiducia nella Misericordia divina e di sfiducia nelle capacità umane, in un equilibrio di amarezza e bonomia che nella bilancia degli anni e delle vicissitudini vedrà il piatto dell’amarezza farsi sempre più pesante. Eppure questa compresenza di fede e senso del tragico è proprio la contraddizione che, forse, più ha giustificato la sua scelta di diventare umorista, se di scelta si può parlare.

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