Favole da maschi

Quando mio figlio vuol sentirsi raccontare una favola, mi chiede di metterlo sulla scrivania così può scegliersi il libro da solo. Ebbene, tra i libri degli scaffali non troverà più “Il gatto con gli stivali”.
Parlo della favola originale, non della contemporanea trasposizione cartoonesca.
Innanzitutto, quel deficiente del figlio del mugnaio si mette a piagnucolare come una bambino quando scopre che suo padre gli ha lasciato solo un gatto. Le immagini di questo ragazzotto grande e grosso che si piange addosso mi fanno venir voglia di prenderlo a sberle. Sveglia, idiota! Vai a lavorare! Oppure ammettilo: non ne hai voglia, preferivi avere un mulino coi dipendenti che lavoravano ai tuoi ordini!
Inoltre, tutta la storia è improntata alla ricerca della ricchezza: scopo principale del gatto è di far diventare ricco il suo padrone. La principessa che se lo sposa è solo un accessorio: è importante in quanto figlia di un re, che porta in dote un regno.
Terza e ultima nota: nella versione della favola che ho io, la principessa inizia ad adocchiare il ragazzo appena lo tirano su dal lago nel quale faceva finta di affogare. Poi durante il pranzo non mangia per guardarselo. Aho, sveglia! ‘ste principesse melense e sbrodolanti lacrime sono una pizza, Cenerentola e Biancaneve comprese. Unico scopo nella vita è quello di farsi portare a casa da un uomo, anche se poi la casa, come in questo caso, era già sua… e lui è solo un “cuc” come si dice da queste parti.
Propongo che le favole di questo genere vengano raccontate ai bambini solo sopra i dieci anni (per cultura personale). Se mancano favole (ma non credo…), inventiamole noi.

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