IL PARADISO RIFIUTATO

imageCapita a tutti di morire, prima o poi. Quando è successo a me, non me ne sono neanche accorto, preso com’ero nel gusto di una quaglia in umido il giorno di Pasqua. Ne ero completamente rapito, avevo perso la percezione di mia moglie che descriveva a mia suocera i cucchiaini appena acquistati, non sentivo più il ciangottare ovattato della Ecce ancilla Dominis, né vedevo i figli di mio cugino che si spartivano l’uovo di cioccolato sotto il tavolo. Io ero solo con la quaglia e la mia salivazione, concentrato nel movimento della masticazione, monotono, eppure mai così eccitante, simile ad un coito; inghiottivo e, col bolo che scendeva, diventavo un po’ quaglia pure io.
Come avrò fatto a non percepire l’ossicino sperso tra il paradiso delle carni, ancora non l’ho so. Eppure nell’autopsia si è scoperto che non era neppure tanto piccolo. Strano: io che sono sempre stato un cultore dell’uniformità nella texture dei cibi, che ho sempre aborrito i grumi del purè e che non mangiavo pesce per l’idiosincrasia delle spine. A me quell’ossicino è scappato. Non sono riuscito a controllare l’unico corpo estraneo che è entrato nella mia vita e che, con la sua presenza, se l’è portata via. Il trapasso è stato duro ma breve. Dopo i primi secondi di dolore e panico, mi deve essere entrato in circolo qualche tipo di ormone che mi ha rilassato i sensi tutti in un colpo e anche se sono morto con gli occhi aperti nello spasimo non mi vergogno di dire che, sì, sono morto bene.
In fondo ero stanco di quello che ero: me ne accorgo ora, col culo su una nuvola, mentre sto ad osservare mia sorella che rinfaccia a mia moglie di non avermi mai voluto bene. Non è vero. Me ne ha voluto, per i suoi tempi: le litigate e l’apatia, in fondo, erano frutto del matrimonio, non di una colpa di Clarissa.
La monotonia è un nemico spietato, ti comprime le energie nel corpo per non farle uscire e tu, che non sai più da che parte girarti, ti arrangi alla bene e meglio; Clarissa si sfogava con le invettive. Le nascevano spontanee nello stomaco e poi le salivano in gola come un reflusso. Semplicemente, doveva pronunciarle, e chi c’era, c’era. Un giorno mi augurò che mi investissero le Frecce Tricolori. Un’altra volta, che fingevo di leggere il giornale per non rispondere alle sue lamentele, mi disse di smetterla di fare il concentrato come un detersivo per piatti. Ha sempre avuto spirito artistico, Clarissa. Peccato che molte sue espressioni me le stia dimenticando. Forse è questo posto che mi brucia i ricordi, e p oi, con tutto il vento che c’è a queste altezze, la cenere si solleva e se ne va. Dopotutto, sono morto, che me ne devo fare di tutti i miei ricordi? Mi sono “ricongiunto alla mia ombra”, ha detto il prete all’omelia per il mio funerale, senza tener conto del fatto che prima di nascere noi di ombre non ne abbiamo. Ce le creiamo vivendo, quelle, e poi ce le portiamo dietro: servono a distinguerci meglio dagli altri, visto che la luce intensa, oltre a smorzarci i lineamenti, ci chiude la vista.
Ma poi, quali erano le mie ombre? La mia casa si poteva ben definire villa, mia moglie era stata una delle donne più desiderate del paese, i miei due figli si sono entrambi laureati e io prendevo uno stipendio che era il doppio di quello di mio cognato, che lavorava in banca e se ne vantava tanto. Insomma, nel mio piccolo ero un uomo arrivato.
Ma ecco che si avvicina un angelo. O forse è un morto semplice, ancora non li distinguo, visto che le ali qui non le porta nessuno. Dicono che è per non fare differenze. Secondo me, invece, è per renderci tutti uguali.
– Tra un po’ compi l’anno, dunque, – mi dice senza salutare. Anche i saluti sono banditi qui, per non mettere l’accento sul fatto che si sono incontrati due spiriti: se si parte dal presupposto che siamo un unico corpo, non ha senso che un braccio saluti la milza.
– L’anno di che? – gli chiedo.
– Della tua morte. Quando avrai compiuto l’anno diventerai a tutti gli effetti un membro del Paradiso.
Strano, penso: da vivo festeggi il giorno della tua nascita; qui festeggio il giorno della mia morte.
– Perché, fino ad ora non ero un membro del Paradiso? – chiedo.
– Per la precisione, tu ora sei un’anima. E da come te ne stati qui seduto a guardar giù, si capisce che non sei ancora entrato davvero in Paradiso. Stai ancora pensando a quello che eri, vero?
– Effettivamente sì, – ammetto. – Ma se si esclude che non ho più un corpo, che non devo mangiare, respirare né andare in bagno, io sono ancora quello che ero.
Quella piega la testa di lato, come se non mi capisse. Forse crede che essendo io lontano dal mio ambiente, dalla mia azienda e dalla mia famiglia, soffra di qualche tipo di menomazione della personalità. Non sa, lui, che io avevo raggiunto un grado di autonomia a dir poco invidiabile, dal punto di vista non solo finanziario, ma anche emotivo e intellettuale. Non sa, lui, che quando mi mettevo in testa di raggiungere un obiettivo, io lo raggiungevo; così ho fatto con la Porsche, con l’amante, con la patente nautica.
– Bè, – mi dice lui, – è ora che tu diventa a tutti gli effetti un membro di questo luogo, e col compimento dell’anno lo diverrai.
– Come?
– Non te ne accorgerai neanche: semplicemente, resterai senza ricordi terreni. Tutta la tua mente sarà libera di contemplare questo…
Allarga il braccio, teatrale. Quello che mi offre alla vista è il cielo, qualche nuvola sparsa e qualche anima, o angelo che sia, che si sposta qua e là senza apparente motivo. Fino ad ora mi ci sono sentivo a mio agio qui, tutto molto calmo, nessun rumore, nessuna lite tra vicinanti, e la possibilità di guardarsi lo spettacolo di quelli rimasti giù tra lo smog e le tasse. Ma questo tizio mi sta dicendo che tra due giorni, l’8 aprile, io non sarò più io, diventerò “noi”.
– Non sono sicuro di volerlo, – gli dico.
Lui mi sorride. Forse già mi considera come il suo alluce o forse considera se stesso come il mio orecchio.
– Molti fanno resistenza, prima. Ma una volta entrati nel Regno, nessuno vuole poi più uscirne.
E allora glielo chiedo: – Senti un po’: sono qui da un anno e ancora non si è visto nessuno. Voglio dire: Dio dov’è?
Lui ride e mi indispone non poco. Non sono uno sprovveduto, ho letto i miei libri e sono stato ricevuto due volte dal Papa nella giornata della Famiglia. Mi ritengo in diritto di sapere.
– Ma Dio siamo noi. Sai, dove due o tre sono uniti nel mio nome… sì, lo sai come va a finire, non sei uno sprovveduto, tu.
Forse mi legge già nel pensiero, e questo mi indispone ancora di più, perché la cosa non è reciproca. Inoltre la sua voce mi risulta alquanto lassativa, quasi non apre la bocca quando parla, come se sapesse che quel che ha da dire fosse, in qualche modo, colpevole.
– Temo che nel mio caso dovrete fare un’eccezione, – gli dico rimettendomi comodo per osservare i miei comuni mortali rimasti a terra. – Non ho nessuna intenzione di lasciarmi derubare dei miei ricordi. Io… mi ci sono affezionato, ecco.
Il tipo si raddrizza sulla schiena, ma poi si controlla e cerca di apparire di nuovo rilassato.
– Vorrei che tu ci ripensassi, – mi dice congiungendo le mani sopra il ventre. Forse è un angelo, o comunque uno che ha studiato teologia da vivo e che ora si sente rivestito i un qualche tipo di superiorità, tanto da mostrare atteggiamenti preteschi, ma con me non attacca.
– Chi non accetta l’Unione, – continua con quella bocca che fatica ad aprirsi, – non può stare qui.
Tace e aspetta incrociando le braccia. Io do un’altra occhiata ai miei. Clarissa ha strisciato la portiera della BMW sulla colonna del portico e fin da quassù vedo le lacrime che le scendono lungo le guance. Abbiamo una buona vista, da anime, lo ammetto. In tutti gli anni che sono rimasto sposato con lei, ho sempre visto il suo visto asciutto, quasi secco di fondotinta. Gli occhi ogni tanto erano un poco più lucidi del solito, è vero, ma ho sempre creduto che gli umori femminili seguissero un ciclo tutto loro, che li portava a comparire, aumentare e poi progressivamente sparire con l’andamento delle secrezioni ormonali. Ma in questo caso le sue lacrime non dipendono dalle mestruazioni perché è appena tornata dalla casa di Riccardo, il mio ex commercialista, con cui si è lasciata andare in un’orgia di sesso sfrenato. Roba che con me non ha mai neanche lontanamente pianificato.
– Se non posso restare qui, – chiedo al tipo, – dove dovrei andare allora?
Lui scioglie le braccia e con l’indice fa un movimento secco, di uno che batte su un tavolo dove c’è una carta geografica per mostrare il punto in cui si trova una città. Solo che qui non c’è nessun tavolo, nessuna carta geografica, nessuna città. La punta del suo indice è rivolta al mondo sotto di noi.
– Cioè, – provo a interpretare, – devo resuscitare?
Lui ha ormai abbandonato ogni atteggiamento conciliante e scuote la testa. Allora capisco: con quel gesto non voleva dirmi “giù”, come può dirtelo il controllore del treno che ti scopre senza biglietto. Lui voleva dire “molto più giù”, ma proprio sotto terra, al buio riscaldato e illuminato dal fuoco dell’inferno.
D’un tratto mi prende uno schifo per questo tipo che non si è neanche identificato, che non si capisce quale autorità rivesta, che non si degna neanche di indossare qualche tipo di divisa. Forse non si ricorda neppure il suo nome perché glielo hanno fatto dimenticare col lavaggio del cervello, e lui viene qua a decidere dove mettere la mia anima. Però mi controllo perché in questo posto sono tutti calmi, nessuno alza mai la voce.
Sono sempre stato un tipo impulsivo di natura, ma arrivato ai cinquanta sono riuscito a controllare anche questo aspetto del mio carattere. Ho dovuto farlo per via dell’azienda, del rapporto coi dipendenti e coi clienti. Mi sono messo in testa che dovevo trovare un modo per evitare bestemmie, sputi in faccia e voce rauca a forza di urla; mi sono messo a pensare quale poteva essere questo modo e, come tutti gli obiettivi che mi sono posto nella vista, l’ho trovato: per tenere sotto controllo la propria rabbia, bisogna evitare di guardare le persone negli occhi. Entra in gioco la nostra parte animale: gli occhi che si guardano generano energia e, se sei poco poco alterato, quell’energia diventa aggressività. Ecco perché non bisogna fissare a lungo i cani negli occhi né altri animali dotati di denti o unghie.
Metto in pratica quanto ho imparato anche con questo essere che mi sta davanti e distolgo gli occhi da lui. Ricomincio a guardare Clarissa.
La portiera della BMW è ancora aperta e lei è seduta con la schiena appoggiata alla colonna strusciata. Continua a piangere, sembra disperata. Tiene la bocca aperta e storta, sembra una bambina che è appena stata ingiustamente sculacciata. Inizia anche a colarle il naso. Il muco si mischia alle lacrime e le cade sulla giacca bianca di Armani ma lei, che è sempre stata una maniaca dei tessuti immacolati, non se ne cura. Non si cura neanche che i vicini possano sentirla o, peggio, vederla. Sta tenendo un comportamento assolutamente irrazionale: ha sempre odiato quella BMW. Lei era un’amante delle auto sportive, più veloci, ma soprattutto più piccole e più facili da parcheggiare. E poi, coi soldi che le ho lasciato, può decidere se sistemare il graffio o se cambiare macchina: per quello che è il suo portafoglio, non c’è differenza. Anzi, c’è sempre la Porsche, nell’altro garage. E allora che bisogno c’è di questa sceneggiata?
Il tipo mi sta sempre davanti, ora ha iniziato a tamburellare sulla nuvola col piede, se continua così tra un po’ la farà dissipare tutta. Non provoca alcun rumore, ma lo vedo con la coda dell’occhio: ce la sta mettendo tutta per farmi svalvolare. Ma io ho un’immagine da salvaguardare. E ho anche un’immagine, un’altra, da continuare a osservare, quella di mia moglie che continua a piangere senza motivo.
No, non senza motivo: lei ha sempre fatto tutto per qualche ragione ben identificata. È un po’ come me: quando vuole qualcosa, la fa. In fondo eravamo molto simili, forse è per questo che litigavamo così spesso.
Però mi diceva sempre che se fossi morto per primo, lei avrebbe venduto la BMW, che lei chiamava, nella sua artistica capacità metaforica, il carro funebre. E invece l’automobile è ancora là, sbucciata, ma è ancora là, anzi, l’ha preferita alla Porsche per andare dall’amante. Perché?
Mi viene un dubbio: e se l’avesse tenuta in ricordo di me?
Dubbio assurdo visto che è appena tornata da un incontro estremo con il commercialista. Eppure…. Quale altro motivo ci potrebbe essere?
È un dubbio davvero assurdo anche perché, soprattutto negli ultimi anni, non si può dire che andassimo d’accordo. Le avevo perfino confessato di avere un’amante, e non per reconditi rimorsi, ma proprio perché volevo farle del male, farle vedere che non avevo bisogno di lei. A ripensarci, gliene ho combinate alcune ben poco gentili. Se me le elenco tutte, ora mi chiedo anche perché mi abbiano mandato qui da morto. Ma guardando la desolazione che c’è qui attorno, forse la risposta è semplice: volevano far numero.
Il tizio non si schioda. Ho sempre immaginato che le anime fossero entità discrete, se non gentili, e ora mi debbo ricredere.
– Sai che ti dico? – lo apostrofo più per togliermelo dai piedi che per verbalizzare il messaggio che non può non aver capito. – Io l’Unione non la voglio.
Lui apre la bocca, finalmente. E apre anche gli occhi dalla sorpresa, la sua faccia assomiglia a una bambola di pezza coi lineamenti disegnati.
– È inaudito!- esclama. Se prima non capivo come potesse parlare con la bocca socchiusa, ora mi chiedo come faccia senza mai unire le labbra.
– L’Unione è lo scopo per cui siamo qui! La rinuncia alle tue miserie terrene ti darà la pace eterna, se rifiuti l’Unione resterai per sempre un essere umano senza corpo, ti dannerai per l’eternità!
– Io voglio tenermeli i miei ricordi, – gli dico incrociandole braccia, e lo guardo fisso in faccia, ormai non ho più niente da perdere.
– E sia! – mi dice lui alzando il mento, tanto che mi viene il dubbio che voglia mostrarmi la sua gola per qualche sconosciuto motivo. La guardo con attenzione, caso mai ci fosse il distintivo che tanto mi serviva, ma non trovo nulla.
Ho fatto la mia scelta, e non torno indietro. Resterò quello che sono sempre stato e i miei ricordi e i miei dubbi, quasi essi siano, mi faranno compagnia ovunque mi mandino.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s