Senza offesa per “Poveri e semplici”

imageNon sono una critica di professione, e le opinioni che riporto in questo blog sono frutto esclusivo del mio gusto personale. Magari le egg heads inorridiscono ora leggendo quello che sto per scrivere, ma in quanto lettrice, mi spetta il diritto dire cosa mi piace e cosa non mi piace (non ciò che merita o ciò che non merita, quello lasciamolo fare ai prof).

Ho interrotto la lettura di “Poveri e semplici” della Anna Maria Ortese perché mi è venuto un attacco di diabete. Il libro è frutto del suo tempo, e se venisse riscritto oggi non so neanche se troverebbe un editore disposto a stamparlo (succederebbe lo stesso con la Divina Commedia credo, ma qua il discorso si amplia troppo). Ho fatto un rapido conto che in ogni pagina l’aggettivo “buono” ricorre in media un paio di volte, per non parlare di tutti i vezzeggiativi in “uccio”: stanzuccia, Soniuccia e via di seguito. E, inverosimiglianza assoluta per il nostro tempo, la protagonista e una sua amica, innamorate entrambe dello stesso uomo, fanno a gara per lasciarselo a vicenda. Ma vi par vero??? Mi vergogno un po’ a scrivere così, sembra che tutte le arpie del mondo le abbia conosciute (e le conosca…) io, ma a me è capitato solo una volta di mollare le armi a favore di una mia amica, e non è stato per buonismo: è stato perché la mia amica era bellissima e io non avevo obiettivamente alcuna possibilità di riuscita (a distanza di anni, tiro anche un sospiro di sollevo considerando che ora l’uomo in questione fa il mantenuto della moglie, ma sto divagando).

La Ortese ha preso lo Strega nel 1967 per questo romanzo. La domanda che mi pongo è: deve essere per forza una scrittrice che sa il fatto suo, altrimenti non avrebbe preso un premio così prestigioso (sì, io ci credo, almeno in quegli anni era prestigioso); allora significa che le persone una cinquantina d’anni fa erano davvero così buone? Odio questo aggettivo, ma visto l’uso che ne fa la Ortese, non posso usarne un altro. Siamo degenerati così tanto? Certo, la scrittrice si riferiva ad un certo ambiente sociale, stiamo sempre parlando di intellettuali, anche se morti di fame ma… appunto! Il paesaggio umano che ne viene fuori è quello di gente sensibile, dedita alle arti, sempre pronta ad accogliere nuovi amici in casa, anche se questi ultimi sono dei fannulloni che criticano quelli che guadagnano i pochi soldi che servono per mantenere pure loro.

Altra inverosmiglianza: la protagonista (che è anche la voce narrante) ad un certo punto vince un premio letterario e tutti i soldi di questa vittoria se ne vanno per pagare i debiti della scalcagnata famiglia di amici che hanno messo insieme. Non solo: si offende quando la sua amica fa notare che lasciandola fare, l’hanno “derubata” del suo premio, e restano senza parlarsi per qualche giorno. Insomma, anche questa piccola lita è frutto di bontà.

Mah… forse ci sono davvero persone così,  forse sono io che frequento la gente sbagliata.

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Filed under Libri & C.

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