Bellissima descrizione

Mi dispiace (per modo di dire) per quelli che seguono il blog e che si vedono riempire le mail delle notifiche dei miei post “copiativi”, ma questo passo di “L’urlo e il furore” di Faulkner mi è rimasto impresso da anni, non posso non trascriverlo; la protagonista è la serva Negra, e questa sua entrata in scena, dopo le parti dedicate agli altri personaggi (ognuno con qualche “macchia” che li contraddistingue), mi ha sempre fatto immaginare una porta che si apre e dà sull’aria fresca, facendo uscire gli odori mefitici di una stanza chiusa:
Il giorno albeggiava squallido e freddo, una mobile muraglia di luce grigia che veniva da nord-est e che, invece di sciogliersi in umidità, pareva disintegrarsi in granelli minuti e velenosi, come polvere che, quando Dilsey aprì la porta della capanna per uscire, lateralmente le punzecchiò la pelle, precipitando non tanto un umidore quanto una sostanza che aveva lo stesso aspetto di un olio poco denso, non del tutto congelato. Portava appollaiato sul turbante un cappello di paglia rigido e nero, e un mantello di velluto marrone con un orlo di pelo anonimo e tignoso sopra un vestito di seta purpurea, e rimase un momento sulla porta col viso smunto e coperto di rughe voltato verso la nuvolaglia, e una mano scarna e squamosa come il ventre di un pesce, poi schiuse il mantello e si guardò il vestito sul davanti.
Di tinta regale e moribonda, il vestito le pioveva sparuto dalle spalle, sopra i seni cascanti, per poi stringersi sulla pancia e ricadere, gonfiandosi un po’ sopra le sottovesti che si sarebbe tolta a una a una con l’arrivo della primavera e il progredire della stagione calda. Un tempo era stata un donnone ma ora il suo scheletro si ergeva, avvolto mollemente in una pelle floscia che tornava a tendersi sopra un ventre quasi idropico, come se muscoli e tessuti fossero stati un coraggio o una fermezza che i giorni o gli anni avevano consumato fino a lasciare soltanto lo scheletro indomito eretto come un rudere o una pietra miliare sopra le viscere impervie e sonnolente, e su di esso un viso distrutto da cui si ricavava l’impressione che le ossa medesime spuntassero dalla carne, girato verso la pioggia sferzante con un’espressione fatalistica e insieme somigliante al deluso stupore di un bambino, finché non si voltò per rientrare in casa e chiuse la porta.

Adoro questo passaggio perché usa immagini fantasiose ma evocativissime, mette in scena molti aggettivi ma tutti necessari (al contrario di Hemingway, che si riduce spesso a verbo e soggetto: sarà anche un pilastro della letteratura, ma non è tra i miei preferiti, sebbene ne ammiri la capacità descrittiva con questi pochi strumenti).

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Filed under Libri & C.

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