Perché non ho fatto carriera come promoter

Avevo perfino seguito un corso di tecniche di vendita, e ne avrei avute occasioni per applicarle. Ho lavorato come promoter di telefonia e mi arrivavano clienti che a malapena distinguevano una linea telefonica da una linea elettrica: il bersaglio ideale per dei commerciali col budget tra le orecchie.
Stavo in un centro commerciale, nel reparto tecnologia: portavo un completo blu fluorescente per distinguermi dagli altri commessi, quelli “quasi” liberi di vendere ciò che volevano o che voleva il cliente – due cose che non sempre coincidono. Nonostante la mia vistosa mise, quasi nessuno capiva che se veniva da me dovevo vendergli i telefoni dell’azienda che mi pagava la giornata; e infatti, sebbene dovessi inviare ogni sera un report sui pezzi venduti, se potevo indirizzavo tutti i clienti verso altre marche perché quella che vendevo io era un catorcio. Se una settimana affibbiavo un cordless, il sabato successivo ero quasi certa che me lo ritrovavo all’ufficio assistenza clienti. Mi immedesimavo nelle vittime: alcuni venivano là con le mille aspettative di comprare un diamante della tecnologia e, nonostante i miei tentativi di proporre altri modelli, li vedevo allontanarsi soddisfatti con la scatola sotto il braccio commentandone il colore o le funzionalità; e già mi preparavo le scuse per quando sarebbero tornati con le loro lagnanze.
Nei primi tempi, quando ancora non avevo capito che prendevo gli stessi soldi indipendentemente da quanti pezzi vendevo nella giornata, e quando ancora speravo che la mia buona volontà risaltasse agli occhi dei caporioni di Milano e che mi regalassero un aumento, vendevo solo la mia marca e poi mi davo da fare nel report riferendo minuziosa tutte le critiche. Finché le vittime erano ganzi o fighette, potevano anche permettersi un viaggio con la decapottabile per un reclamo, ma quando capitava al vecchietto, la cui unica richiesta era di avere i numeri giganti sulla tastiera, non riuscivo più a inventare scuse; tornavano da me brandendo il telefono senza suoneria o con lo schermo cieco, e io annuivo, dicendo: “Ha ragione…”
Se insisteva, rischiavo di restituirgli i soldi della benzina per il viaggio, perché mi sentivo colpevole.
Fu allora che cominciai a vendere solo le marche migliori. Deve essere stato questo il motivo per cui non ho fatto carriera come promoter. Questo, e il fatto che appena potevo filavo nel reparto libri ad annusare l’odore della carta.

2 Comments

Filed under Libri & C.

2 responses to “Perché non ho fatto carriera come promoter

  1. Ti capisco perfettamente. Specie: “e quando ancora speravo che la mia buona volontà risaltasse agli occhi dei caporioni di Milano e che mi regalassero un aumento”, credo che questa frase valga per tutti ormai…
    Buona notte, grazie per la piacevole lettura .

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  2. È una confessione meravigliosa. La mia stima di te aumenta.

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