Donne al lavoro

Abbiamo centinaia di clienti sparsi per il mondo; tra di essi, c’è la Most Inc., la multinazionale americana conosciuta dall’Alaska al Sahara,la   Coca Cola delle sedie. Ha filiali sparse in tutti gli angoli della terra e ci sono voluti anni per arrivare a una firma che sancisse la collaborazione. Gli ordini della Most inc. vengono inseriti due volte: col nostro gestionale e col loro. Per entrare nel sistema, che funziona via internet, ho una password che mi hanno fornito in automatico: “distanze”. Quando l’ho letta per la prima volta, ho quasi percepito sulla pelle il freddo dell’enorme ammasso d’aria che c’è tra me e loro, e ogni volta che la digito, sento addosso i venti gelidi che corrono tra i due continenti. Ho la possibilità di cambiarla con una password di mia scelta, ma non lo farò: manteniamole pure queste distanze, non voglio farmi inglobare da un gigante il cui scopo è di imporre sedie di plastica e acciaio alle vette del Tibet.

I dipendenti della Most inc. vengono a trovarci spesso: sono tanti, a volte non si conoscono tra loro, e possono permettersi scarpe da ginnastica e pullover perché il nome per cui lavorano li ricopre meglio di mille cappotti di marca. Quando arriva uno di loro, fosse pure un semplice ragioniere di passaggio per le sue vacanze in Italia, anche l’ultimo dei nostri magazzinieri è allertato: niente sbraiti né bestemmie ad alta voce, pulizia assoluta dei locali, sorrisi da paresi. Per poi guardar passare i jeans scoloriti e lo zainetto incerottato, e chiedersi se qualcuno non si sia sbagliato nel dare l’allarme.

Eppure, a volte capita, per qualche incomprensibile ed arcano mistero delle comunicazioni aziendali, che tutti sappiano dell’arrivo di esponenti Most, tranne la sottoscritta, che li ha in carico come clienti. Non è essenziale che io sia informata di tali presenze, perché sono seguiti al meglio da Augusto, il figlio del titolare, un raro esempio di seconda generazione che non vive di rendita lavorativa; il dramma si concretizza quando il padrone mi chiede chi è arrivato. “Non lo so”, devo ammettere. Non so neanche se avrei fatto meglio a inventarmi un nome qualunque di un cliente qualunque, nella speranza quasi certezza che verrà dimenticato. Non so se il padrone sa tutto e se vuole solo mettermi alla prova: questa sembra l’ipotesi più plausibile, me ne accorgo quando mi pone certe domande per telefono, e quando crede di aver interrotto la comunicazione lo sento dire a chi ha davanti: “Ma questa non sa proprio niente?”

È il mio turno: dopo i primi anni in cui ero una “brava ragazza”, massimo complimento cui poteva aspirare uno dei dipendenti della De Marchi S.p.A., ora ai suoi occhi sono una affetta da pigrizia mentale che non mette passione in ciò che fa. Mi sono accorta del cambiamento una volta rientrata dalla maternità, che ho sfruttato in tutti i suoi undici mesi. È lo stesso errore che compiono molte donne in questa azienda, inconsapevoli della riprovazione che suscitano in chi, per dare un esempio non richiesto, rientra al lavoro senza usufruire di questi congedi. Le cose stanno così o peggio, qui e altrove, meravigliarsi è uno spreco di tempo e parole.

(ps: in seguito a certi commenti ricevuti a questi racconti, devo puntualizzare che non sono cronache della realtà, sono solo esercizi di scrittura)

2 Comments

Filed under Libri & C.

2 responses to “Donne al lavoro

  1. Franca

    Io ho appena scoperto che per qualche altro strano arcano motivo, la comunicazione aziendale funziona di/con il gossip.. La cosa mi rattrista.

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  2. Io ho insegnato lettere agli istituti superiori e sono stata una professoressa felice, però mi sono ammalata: in conseguenza di un’operazione di ginocchio valgo ho avuto una grave embolia polmonare massiva bilaterale, c’è stato perfino arresto cardiaco e mi sono trovata a fluttuare in un tunnel di luce. Da allora facevo una fatica immensa a sopportare il lavoro e appena possibile sono andata in pensione, a scuola mi conoscevano per una persona che non approfittava mai dei permessi e mi hanno capita, ma se io avessi mentito prima non avrei avuto tanto sostegno dopo, proprio non reggevo più, ci provavo, ma non era più nelle mie forze. Però capisco bene come una mamma si prenda tutto il tempo di cui può disporre e dovrebbero capirlo anche i capi.

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