Carola

Man mano che rispondo alle mail, le archivio attribuendo loro una casellina colorata: gialla per il Brasile, per via del sole, che immagino vivo come le carni su cui splende; nera per l’Arabia, come gli occhi delle donne che ammiccano sotto il velo; celeste per la Nuova Zelanda, come certi cieli che vedo in cartolina e che sembrano mangiarti, tanto sono grandi.
Il lavoro da svolgere si assottiglia lentamente e dà la sensazione un po’ malata dell’anoressia, una specie di felicità da potere, una capacità di creare vuoti. L’idillio dura nel silenzio finché Carola non comincia. Ha un visino e un corpo minuti, da bambina, e tutto complotta per farla apparire innocua come una bambola; niente di più fasullo dell’apparente paciosità di un coltello da pane. Apertamente misoneista, si ribella ad ogni innovazione che possa intaccare la routine cui si è amalgamata in trentadue anni che lavora qui; tutto, secondo lei, deve continuare a svolgersi come è stato generato; il suo approccio antievoluzionistico fa rivoltare Darwin nella tomba. I suoi compiti sono segnalati da paletti invisibili, delle piccole colonne d’Ercole che non si possono oltrepassare, pena un canto lamentoso che, al confronto, quello delle sirene è una canzonetta pop: e infatti, pur tutti concordi sulla pesantezza di Carola, ci adoperiamo affinché quei paletti non vengano superati, e ce ne allontaniamo appena li percepiamo nei discorsi, altrimenti le conseguenze sarebbero nefaste per le nostre orecchie e i nostri cervelli. Un accordo muto ci vede stretti nel darle sempre ragione, perché la minima contrarietà potrebbe essere il sassolino che provoca la valanga. Ci sono rimasta sepolta sotto, una volta, e non è stato così spiacevole, avvolta nel silenzio freddo del suo mutismo per quasi due anni; ma alla fine ne risentiva il lavoro, e così la mia recita è dovuta ricominciare.
I padroni stessi hanno paura di lei: ha una voce acuta, e la sentono arrivare ancora prima che cominci a parlare, quando semplicemente inforca la porta a passo di guerra per andare a lamentarsi che qualcuno l’ha mandata a quel paese o che un modello unico è stato attribuito a un cliente che non è il suo. A volte mi chiedo come mai sia rimasta qui così tanto tempo; di lei non mi meraviglio: pur piagnucolando in continuazione sa che qui alla fine ottiene quello che vuole. Ma i padroni? La conoscenza dei clienti non credo sia così pesante sulla bilancia dei pro e contro, alla fin fine siamo semplici impiegate e la sincerità di un nostro sorriso non è mai decisiva per un acquisto. I sistemi per allontanarla ci sono, e non ho mai visto nessuna azienda lesinarli quando la decisione era presa; ed è superfluo coniare parole nuove come mobbing. Si fa e basta. E allora? Forse la paura che impianti rogne legali. Non lo so. So solo che quando il panegirico comincia, tutte in ufficio stentiamo a concentraci sul lavoro: il brontolio è continuo, intervallato dai nostri sospiri, mai abbastanza forti per portarsi via quella voce fastidiosa.
La sua convinzione di essere sempre nel giusto è quasi criminale. Una volta, rimproverata per i suoi ritardi, ha avuto il coraggio di ribattere al titolare: “Anche tu, però, quando dovevi portare il bambino all’asilo, arrivavi alle nove!”
Noi impiegati eravamo tutti presenti e abbiamo assistito a un attimo di silenzio interdetto. Ci siamo guardati, e pur di non farci rintronare ancora da quei cigolii infantili, abbiamo cambiato discorso. Anche il padrone, come se lui non fosse autorizzato ad andare a venire quando vuole da casa sua. Quello è stato uno dei pochi momenti in cui la forza lavoro si è sentita solidale col titolare: non crisi economiche, flagelli naturali o guerre internazionali. No: ciò in cui il comunismo ha fallito, è stato causato da una voce chioccia di una bambola che ognuno di noi avrebbe voluto rompere.
Carola se la prende se piove, ma anche se c’è il sole. Ogni anno teniamo una fiera a Milano, la più importante del settore. Ogni anno tutta la forza vendita, interna ed esterna, impiegati, agenti e distributori, si riunisce sulla vetta del marketing dopo mesi di preparazione. L’esodo lascia gli uffici semideserti: se ci fossero le finestre aperte e potesse entrare il vento, i fogli abbandonati sulle scrivanie prenderebbero il volo per cadere poco dopo nel nulla, come quei cespugli che si vedono rotolare nelle città fantasma di certi western. Ogni anno sappiamo che saremo chiamati a raccolta nel santuario del design, ma Carola, che è stata là presente fin dalla prima edizione, non si smentisce mai e due mesi prima di quella settimana santificata, comincia a chiedere, mezzo ironica, chi vuol andare al posto suo. Si lamenta del lavoro d’ufficio, che deve lasciare a metà; dell’albergo dai pavimenti sottili che al mattino lasciano traspirare gli odori dei croissant; del suo guardaroba, che non è mai all’altezza; della compagna di stanza che le hanno assegnato e che rimane mezz’ora in bagno a pettinarsi; della baby sitter che per una settimana intera le ha chiesto il sovrapprezzo; dei panini che mangerà a pranzo nello sgabuzzino e delle cene che le stravolgeranno il sonno notturno. È successo qualche volta che le sue lamentele siano arrivate agli orecchi alti: inevitabile. Così non l’hanno fatta partire, con la speranza che questo placasse le sue ire. E invece il panegirico è ricominciato, nel senso opposto, perché si sarebbe dovuta sobbarcare il lavoro di tutto l’ufficio durante la nostra assenza, perché le colleghe non conoscono i suoi clienti, perché l’hanno lasciata a casa per risparmiare sulla trasferta.
La odio quando fa così, eppure non posso fare a meno di ascoltarla, chiedendomi se qualche volta le è mai capitata l’impressione, rapida come uno spiffero che non si capisce da che parte sia entrato, che anche noi siamo nella sua stessa situazione, anche noi abbiamo un figlio da piazzare a nonne e baby sitter, un marito da lasciare solo.
Un giorno ero in coda al semaforo. Davanti a me c’era un furgone talmente coperto di polvere da non capire più quale fosse il suo colore originario. Sotto il finestrino posteriore, una scritta tracciata a dito diceva: “Non sono sporco: sto facendo i fanghi”. La prima persona è eccezionale, come se fosse il furgone stesso a vergognarsi e volersi discolpare. Tutti si giustificano, anche gli oggetti, pensai. A Carola manca una scritta tracciata sulla fronte col dito: non sono rompiballe, ho solo bisogno che qualcuno si accorga che ci sono anch’io. Se ne accorgono tutti, ma non nel modo che vorrebbe lei.
Oggi è venuto a trovarci il direttore della Speedyvia, l’azienda di trasporti che ci gestisce tutto il mercato europeo. È un tipetto educato che entra in equilibrio sulla punta dei piedi, impedito da tre o quattro ceste natalizie. Insomma, la vittima perfetta per Carola, che appena lo vede lo monopolizza strappandolo alla collega dell’amministrazione che è andata a riceverlo. Lui, nel ruolo che indossa, resta compito ad ascoltare tutto; stavolta, lei si lamenta che la Speedyvia sia già andata in consegna con la merce caricata la settimana scorsa: “Non è mai successo sotto Natale. Di solito tenete tutto nel vostro magazzino e poi ricominciate a consegnare dopo le vacanze!”
“Carola, quest’anno c’erano consegne a sufficienza per garantire le partenze. Pensavo potesse esserti gradito…”
“Almeno avvisare. Mi causate delle difficoltà!”
Lui si incassa nelle spalle, non sa cosa dire. Che brutto mestiere il suo (che sarebbe anche il mio). Si mette una mano in tasca: mi ci gioco il gestionale, che ci tiene un fazzolettino di seta, e che adesso lo sta strozzando con tutta la forza che gli avanza dal sorriso inciso sulla faccia.

3 Comments

Filed under Libri & C.

3 responses to “Carola

  1. nadialattanzi

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  2. un po’ di vitalità sul posto di lavoro non guasta mai, anche se si tratta di vitalità rompiballe.

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