Il maestro

Non riuscivo ad immaginarlo giovane. Per me era vecchio e lo era sempre stato. Il primo giorno di scuola disse a mia madre: “Quella là, con quegli occhietti furbi…” e non ricordo se e come finì la frase: forse non c’era nulla da completare, forse non sapeva neanche lui come farlo.
Quando ci spiegava il sistema digerente, si scaldava fino al sudore: i succhi gastrici venivano emessi da veri e propri rubinetti, e allora lui, con le braccia che sfarfallavano, mimava l’apertura delle manopole. Poi si asciugava la fronte col fazzoletto piegato in quattro, e tuttavia ancora ingombrante come un plaid. Noi stavamo tutti in silenzio ad ascoltarlo, ad aspettare che finisse di asciugarsi il sudore per ricominciare la storia dei nostri intestini.
Era siciliano e su un tavolino in fondo alla classe c’era il suo grande sasso nero dell’Etna. Lo teneva dentro una scatola da scarpe, dove stava anche il giornale arrotolato con cui ci colpiva sulla testa se ci comportavamo da caproni o se non sapevamo le tabelline: noi, quella mazza con la testa storta gliela prendevamo di nascosto e la facevamo sparire, come se non fossero esistiti al mondo altri giornali con cui ripristinarla…
Le tabelline… non mi sono mai entrate in testa facilmente, e anche ora faccio i conti con le dita. Facevo fatica ad impararle, ma ero stimolata dalla competizione che il maestro aizzava senza rimorsi a scopi didattici: sulla stecca che correva lungo il muro su cui dovevamo attaccare i nostri disegni, lui ci aveva appeso dei cartoncini con tutti i numeri da uno a cento. Chiamava due di noi, proclamava come un banditore una moltiplicazione e alzava il braccio col fiocco. Chi di noi era più veloce a ricordarsi la soluzione, afferrava il fiocco e correva ad appenderlo al numero corrispondente. Solo gli apatici resistevano a questo gioco (sono quelli che sono rimasti apatici anche da grandi) oppure quelli che, presi dalla diffidenza dei propri genitori verso il terrore, non volevano farsi fregare.
Non facevo tutti i compiti per casa. Per esempio, non leggevo i brani che ci dava il maestro. non mi ricordo molte verifiche di lettura, dunque pensavo che lui non si sarebbe accorto delle mie furbizie, e mi mancava l’elemento competitivo. Erano le compagne di classe che mi fregavano! Perché, cariche delle letture domiciliari spalleggiate dalle solerti madri, e dalla paura di sfigurare in un’esibizione pubblica, si mettevano attorno ad un tavolo a leggere a voce alta, seguendo col dito. Io restavo sempre indietro.
“Aspettatemi!” dicevo, ma loro erano prese da una missione, non alzavano neanche la testa, come fossero state sorde, e non si fermavano mai, inclementi come la Santa Inquisizione.
Penso che adesso si siano fermate, che non leggano più. O se lo fanno, non è più un compito così totalizzante, non c’è più quel pizzico di competizione; non parliamo neanche di passione: è proprio una parola fuori luogo: quando ci incontriamo, tra i loro argomenti non compaiono mai né libri né scrittori.
Sì, almeno in questo, per quel che vale (e vale poco), le ho raggiunte e superate.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s