Quadretto africano

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Sono un elefante e vivo su un quadretto africano: sono composto da foglie di banano, mi staglio sullo sfondo grazie a delle sfumature vegetali. Quando la luce cambia, io cambio con lei, ma le mie linee principali restano intatte ed è in forza di questo che mi riconosco.
In realtà, se non avessi sentito gli uomini chiamarmi “elefante” io non saprei neanche di esserlo.
Esisto su due dimensioni, ma nella mente di chi mi osserva, mi amplio nella terza, in forza di uno stereotipo. E allora grazie a voi, stereotipi, che mi garantite la certezza della profondità!
Accanto a me c’è una palma che vista da lontano assomiglia ad un chiodo di filo spinato, e io, accanto a questa entità incerta, mi sento goffo, perfino egoista, nell’ampiezza che occupo all’interno della cornice. Eppure quella palma stilizzata è per me una minaccia: affusolata, tende i rami-aghi verso il cielo e sembra invocare Dei che io non potrò mai conoscere. Lei, affusolata e tesa, può emettere canti e grida.
Io, ingombrante e appiattito, inghiotto la mia voce: un barrito e potrei staccarmi da questo quadro. Ma non sarei più io, a staccarmi: sarebbero le foglie di banano a fluttuare nell’aria e ad assaggiare il suolo.

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