La fontana di Bellobò (favola)

imageNel paese di Bellobò non esisteva la puzza e i suoi abitanti erano tutti profumati come pastine alla crema.

In mezzo alla piazza del paese c’era una bella fontana gialla con un angelo di pietra che versava l’acqua nella vasca, e qui gli animali andavano a bere ogni mattina: si mettevano in fila in ordine di grandezza, prima i più piccoli, i pulcini, poi la gallina e poi il cane. Dopo il cane, arrivavano i bambini che si riempivano le bottiglie e se le portavano a scuola, e ognuno, prima di chiudere la sua nella cartella, se la annusava di gusto, sentendoci ogni volta un profumo diverso.
– La mia sa di spaghetti alle vongole!
– La mia sa di fragole con la panna!
– La mia invece sa di tiramisù!
Quando i bambini si allontanavano, arrivava, lenta lenta sulle zampe bianche e nere, la mucca Alfonsa. Era un po’ miope, e anche se portava un paio di occhiali spessi spessi, andava a sbattere sempre da qualche parte; eppure, sapeva sempre trovare la fontana perché aveva un naso sensibilissimo che seguiva i buoni profumi.
– Glu-glu-glu! Oh, che bontà! Con quest’acqua che sa di salsa rosa, oggi farò il latte al gusto di cocktail di gamberetti. Grazie angioletto.
L’angelo giallo era un tipo di poche parole, si limitava a fare un cenno con la testa quando andava tutto bene, e non si arrabbiava mai, neanche se la mucca Alfonsa gli faceva SPLASH con la cacca proprio davanti alla fontana, perché anche quella era profumata: a volte sapeva di rosa, a volte di sapone alla lavanda, a volte di ghiacciolo alla menta, ma non si sentiva mai la puzza.
Insomma, a Bellobò si stava proprio bene: bastava uscire di casa per annusare i migliori profumi del mondo e chiamare la mucca Alfonsa per bersi un latte al gusto di toast farcito o di crostata alle prugne.
Un giorno però, il discolo Martino, invece di andare a scuola con gli altri, fece il furbo e si nascose dietro la fontana. Era un po’ cicciotto perché mangiava sempre, e voleva approfittare della fontana gialla per rimpinzarsi della sua gustosa acqua. Aspettò che i suoi compagni si fossero riempiti ben bene le bottiglie e che si allontanassero cantando, e poi uscì allo scoperto saltando come un matto perché l’aveva fatta franca.
– Ah ah, sono proprio furbo io! Nessuno si è accorto che non sono andato a scuola e adesso posso riempirmi ben bene la pancia con l’acqua profumata. Sentiamo un po’ di cosa sa oggi, – disse immergendo la bottiglia nella fontana e annusandone poi il contenuto – Wow! Piadina romagnola con prosciutto e pinoli! Il mio piatto preferito! Glurk-glurk-glurk!
E così facendo si bevette una bottiglia piena d’acqua. Quando l’ebbe finita, ingordo com’era, la riempì di nuovo.
– Evviva, questa sa di salame al cioccolato! E posso berne fin che voglio, perché non mi fa neanche venire il mal di pancia! Yuppy!
Mentre si ingozzava come un porcellino, si avvicinò la mucca Alfonsa, sulle sue gambe bianche e nere, lenta lenta per non inciampare sulle panchine e per non andare a sbattere sugli alberi. Il discolo Martino la vide con la coda dell’occhio e preso dalla paura cominciò a correre intorno alla fontana.
– Oh, aiuto, adesso la mucca Alfonsa mi vede, cosa faccio? E se poi racconta tutto alla mia mamma?
Provò a nascondersi dietro la panchina.
– Oh no, qui mi vede attraverso le stecche!
Provò a nascondersi dietro l’albero ma il tronco era sottile, e lui era grande e grosso perché mangiava sempre.
– Neanche qui va bene, mi vede la pancia!
Così alla fine decise di nascondersi dietro la fontana, ma prima, preso dal panico, gettò la bottiglia vuota nell’acqua.
La mucca Alfonsa salutò l’angelo.
– Buongiorno angioletto, di cosa sa l’acqua oggi?
Ma l’angelo giallo era imbronciato: faceva dei cenni con la testa alla mucca per farle vedere che dietro la fontana c’era il discolo Martino, ma la mucca non ci vedeva, e poi era troppo impaziente di bere e non se ne accorse.
La mucca Alfonsa immerse il muso nell’acqua. Poi sollevò la testa, indecisa, gonfiando le guance per sentire meglio il gusto di quello che aveva in bocca. Ci pensò su qualche secondo e poi, all’improvviso, sputò con tutta la forza che aveva, spruzzando di schizzi sia l’angioletto che il discolo Martino che si appiattiva sempre di più.
– Puah! Che schifo! Sa di sardina bruciata con crema di pomodoro andata a male!
L’angelo della fontana continuava a fargli cenni con la testa, ma la mucca Alfonsa non lo vedeva e continuava a sputare e a lamentarsi. Fece così tanta confusione che la signora Juliette, che era la moglie del sindaco e la mamma del discolo Martino, uscì a vedere cosa stava succedendo.
– Uh, la mucca Alfonsa è qui! Giusto in tempo per la colazione. Aspetta un po’ che vado giù a riempirmi la tazza di latte.
E così fece. Si attaccò alle mammelle della mucca e iniziò a mungere. Fece un po’ di fatica a riempirsi la tazzona gigante, perché la mucca Alfonsa continuava a sputare e a dire “Uh, che schifo!”, ma alla fine ci riuscì e, soddisfatta come un vitellino, iniziò a bere.
Ma non per molto. Appena inghiottiti pochi sorsi, fece un salto come un canguro.
– Ahhhh! Sa di zenzero e peperoncino! Aiuto, aiuto!
Iniziò a strillare come una matta con la lingua fuori e a correre con le mani in aria, poi si gettò con la testa dentro l’acqua della fontana per cercare di calmare il bruciore. Solo che ormai l’acqua era andata a male, più ne beveva, e più le pizzicava la bocca.
– Ma quest’acqua sa di… sa di… trippa ammuffita con contorno di cimice fritta!
Roteò gli occhi, roteò tutta, e all’improvviso cadde svenuta davanti alla mucca Alfonsa.
Il discolo Martino corse a vedere sua madre.
– Mamma, mamma! Svegliati mamma!
Urlò come un ossesso, e poi se la prese con la mucca Alfonsa, dandole un calcio sul sedere. La mucca si offese e per tutta risposta fece la cacca in mezzo alla piazza. Ma non era più la cacca profumata di lillà che faceva una volta: emanava una puzza tremenda, perfino la mucca si tappò il naso con la zampa.
Ad un certo punto, anche il sindaco di Bellobò uscì a vedere cosa succedeva; anche lui, come suo figlio Martino, era un pancione; aveva un pancione così grosso che a volte perdeva l’equilibrio, bastava un filo di vento e lui dondolava pericolosamente come un palo piantato male nel terreno.
Appena mise il piede fuori dall’uscio, venne investito dalla puzza di cacca.
– Ohhhh! Ma cos’è questa puzza da pazzi nella mia piazza!
Il discolo Martino vide suo padre che si tappava il naso e si guardava in giro in cerca della causa di quel brutto odore. Siccome aveva la coda di paglia perché non era andato a scuola, ebbe paura e si mise a correre per andare di nuovo a nascondersi dietro la fontana. Purtroppo però, era così impaurito che non guardò dove metteva i piedi: e li mise proprio sulla cacca della mucca Alfonsa! Finì col sedere all’aria e cadde con un gran urlo: – Ahiooo!
A quell’urlo accorsero tutti: i pulcini, la gallina, il cane, e si risvegliò anche la signora Juliette, e tutti incominciarono a lamentarsi della puzza tremenda che aveva investito il paese di Bellobò. Ci fu una specie di sollevazione popolare e gli abitanti se la presero con il sindaco, che era responsabile di quello che succedeva nel paese, dandogli spintoni e facendolo oscillare ancora di più con la sua pancia rotonda. Il sindaco cercava inutilmente di far calmare i suoi concittadini, ma più ci provava, e più loro si arrabbiavano: si sa, non erano abituati alla puzza.
Ad un certo punto, il sindaco notò che l’angelo giallo gli stava facendo dei cenni con la testa. All’inizio non capì cosa stava cercando di dirgli, ma alla fine guardò nella direzione che l’altro gli mostrava, e così facendo vide la bottiglia vuota nell’acqua della fontana. La prese e la sollevò in aria. Il gesto era talmente imperioso che si fece automaticamente silenzio. Qualcuno aveva insozzato la fontana di Bellobò: inaudito!
– Chi è stato? – tuonò il sindaco arrabbiato.
I cittadini si guardarono tra loro stupefatti.
L’angelo giallo, dall’alto della fontana, ricominciò a muovere la testa, attirando l’attenzione di tutti sul discolo Martino. Tutti iniziarono a guardarlo seri seri.
Il sindaco si avvicinò al figlio: – Sei stato tu? – gli gridò arrabbiatissimo.
Il discolo Martino cominciò a torcersi le mani.
– Ecco… io… veramente… mi è scivolata!
Ma l’angelo scuoteva la testa. Il sindaco gli puntò l’indice davanti al naso: – Dimmi la verità!
Martino tentennò ancora un po’, ma aveva gli occhi di tutto il paese addosso. Lo avevano circondato e non poteva scappare da nessuna parte. Così alla fine ammise: – Sì, sono stato io… scusa papà…
Il sindaco stava per alzare la mano con la bottiglia per darla in testa a Martino, quando si udì un fischio acutissimo: – Fiiiiiiiiiiiù!
Era stato l’angelo giallo.
Tutti si girarono a guardarlo. Lui sbuffò con i pugni sui fianchi e scese dal piedistallo.
– Ma insomma, quanta confusione! Tu, sindaco! – e gli puntò l’indice addosso. – Non ti sei accorto che quando hai tolto la bottiglia dall’acqua della fontana, la puzza è sparita?
Tutti iniziarono ad annusare l’aria: era vero! L’aria era di nuovo profumata: ora sapeva di marmellata di ciliegie con note di nocciola.
– È vero, è vero! Che buon odore! – gioirono tutti.
– Ecco, problema risolto! – esclamò l’angelo. – Bastava togliere la zozzura dalla fontana. La mia acqua deve essere pura, se volete che continui a creare la magia dei profumi. A questo punto, – disse rivolto al discolo Martino, – non serve più la punizione per te. Ma attento!
Martino fece un salto.
– Attento a non buttare ancora schifezze nell’acqua! – disse l’angelo, – Perché la prossima volta, vengo giù io a darti un bel calcione!
Tutti si misero a ridere. E vissero felici e profumati.

(Serena Gobbo, 2012)

1 Comment

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One response to “La fontana di Bellobò (favola)

  1. Bella questa favola, tua? Non possiamo inserirla…?

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