Fantasmi e fughe (Giulio Mozzi)

“La felicità terrena” mi era piaciuta. Questo l’ho sospeso (e sparlo di sospensione perché è possibile che lo riprenda fra qualche tempo) a pagina 42. L’idea di fondo era originale, non letterariamente, ma dal punto di vista dell’esperienza umana: Mozzi inizia a girare a piedi per mezza Italia e racconta le sue esperienze. Solo che la scrittura non mi ha invogliato a continuare a leggere, e non capisco bene il perché. Forse mi hanno indisposto le poesie poste all’inizio dei capitoli. Non leggo poesie. Non le capisco. Queste, in particolare, mi sembravano prosa con gli a-capo (mentre Roveredo scrive poesia senza a-capo). Sono ferma (limite mio) all’analisi poetica delle superiori, e in un’opera in versi cerco – forse involontariamente – la perfezione stilistica, il giusto numero di sillabe, le allitterazioni, e tutta quella serie di figure retoriche che ci inculcavano a scuola. Forse mi hanno rovinato la concezione di poesia. Ma prendiamo questa:

Approfittiamo dunque delle opportunità a noi
offerte
prima che giungano tempi peggiori.
Cosa rende talvolta così difficile decidere
la direzione da scegliere?
Non è indifferente scegliere l’una o l’altra strada.
Vorremmo avanzare lungo quella strada,
il cammino che amiamo intraprendere.
Quando esco di casa per una passeggiata
è indubbiamente difficile scegliere la direzione.

Insomma, questo brano è scritto andando a capo, ma è poesia? Se lo scriveva senza andare a capo, ci perdeva qualcosa?

Nelle prime 42 pagine mi chiedo dove stia andando, ma non con i piedi: con la scrittura. Insomma, bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire, stavolta mi sembra di non vedere cosa sia questo “qualcosa”. Ma forse sono stata io impaziente, ho interrotto troppo presto. Vediamo fra qualche mese cosa succede.
Nota positiva? Ha nominato un paio di scrittori che non ho mai sentito. E ne parla come di amici. Fa venire voglia di conoscerli.

2 Comments

Filed under Libri & C.

2 responses to “Fantasmi e fughe (Giulio Mozzi)

  1. Gli «otto passi verso il toro» sono sforbiciature/collage con piccoli interventi da Camminare di H. D. Thoreau, Studio editoriale, Milano 1989, traduzione di Franco Meli. Come è spiegato nella nota finale.
    Il collage è una pratica letteraria che risale almeno a Dada, ovvero a novantacinque anni fa.
    Il c.d. “verso libero”, ossia il verso senza “il giusto numero di sillabe”, risale almeno a centocinquantasei anni fa (la prima edizione di “Leaves of Grass” di Whitman è del 1855).
    Se trovi brutti o inutili quei miei testi, non ho niente da ridire: non mi sogno di difenderli. Ma dubitare che siano “poesia” perché non corrispondono a un’idea di forma poetica che ha smesso di essere attiva un secolo fa, mi pare un po’ bizzarro.
    Siano, dunque, semmai poesie brutte.

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    • Come ho scritto, è un limite mio, che sono ferma alle analisi delle poesie delle superiori. Il fatto è che oggi il verso libero è abusato, tutti scrivono qualunque cosa e la chiamano poesia. Non critico i contenuti, che ci sono e meritano rispetto, ma, andando al di là delle poesie in oggetto e allargando il discorso a tutta la c.d. poesia che si trova nel web e nella carta, penso che il genere sia abusato e alla fine si fa di tutta l’erba un fascio, soprattutto quelli come me che Whitman e Thoreau non li hanno conosciuti (o meglio, ho letto qualcosa di entrambi, ma non posso dire di “conoscerli”).
      Mi capita ogni tanto di incontrare libri che mi bloccano. Poi il più delle volte li riprendo in mano a distanza di mesi e mi piacciono (mi è capitato anche con “Autodafé” di Canetti, tanto per citare uno degli ultimi). Se ne scrivo qui è perché spero di trovare qualcuno che, invece di limitarsi a cliccare il tasto del “mi piace” (che di solito è un modo per dire: “vieni a visitare il mio blog”), mi aiuti a capire perché mi sono bloccata.
      Sempre con l’Autodafé di Canetti: non mi piaceva perché non lo capivo. Non vedevo il senso di questi personaggi-macchiette che correvano a destra e a sinistra facendosi dispetti.

      Grazie della dritta sul dada, ammetto la mia ignoranza, ho imparato qualcosa di nuovo. Ci penserò su.

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