Il congelatore (Serena Gobbo)

Adolfo Leone conviveva col suo cognome in una casetta in periferia. I due si erano divisi le stanze come fanno i separati in casa, ma le motivazioni di questa scelta erano più pratiche che economiche e tra i due non sussisteva nessun briciolo di quel rancore che scivola nell’aria che si contendono due ex coniugi: Adolfo era un omino piccolo e stempiato, povero di peli e di energia, che si accontentava di un fornello in camera e del bagno di servizio. Il leone invece pesava dieci volte il suo convivente, cambiava la criniera col passaggio delle stagioni e quando si spostava andava a sbattere sui mobili lasciando ricordi fulvi e zecche senza casa che saltavano addosso ad ogni animale che si muovesse nelle vicinanze. E siccome in quella casa non c’erano gatti, cani né uccellini, l’unico candidato per dare un tetto alle zecche del leone era Adolfo, che dunque limitava al massimo la sua presenza nelle stanze che non gli spettavano. Ci passava però a volte per raggiungere il congelatore, che era proprietà comune e che si trovava nel retro della casa, sotto una veranda chiusa ricoperta di glicine. Adolfo gestiva un negozietto di frutta e verdura in città: era sempre stato il suo sogno quello di circondarsi di banane, carciofi e cime di rapa, perché era vegetariano e aborriva la carne sia cotta che cruda.
Il leone, invece, era un carnivoro convinto. Mangiava carne di lepre, bovino, cavallo, pollo e struzzo, senza distinzione tra carni rosse e carni bianche, e si preparava i pasti da solo con una tale competenza e serietà che sembrava un chirurgo durante un’operazione. Vista l’idiosincrasia di Adolfo per quel cibo sanguinolento, il leone andava a fare la spesa per conto suo, e quando tornava a casa dietro di lui si vedeva una lunga coda di cani e gatti gocciolanti saliva, inebriati dagli effluvi che emanavano le borse.
Dati i differenti regimi dietetici, era ovvio che il congelatore comune fosse rigidamente diviso in due: a destra i sacchetti di zucca, spinaci e broccoli surgelati; a sinistra le cosce di cervo, gli zamponi e i pezzi di muscolo da brodo.
La convivenza tra Adolfo e il suo cognome fluiva liscia e serena: i due si vedevano appena, sfiorandosi in corridoio alla mattina quando uno andava al lavoro e l’altro andava a farsi il bagno, oppure alla sera, quando Adolfo tornava e andava a mettere nella sua parte di congelatore un sacchetto di cipolle. Si salutavano educatamente e poi continuavano ognuno per la propria strada, consci di aver compiuto il loro dovere e timorosi di entrare troppo in intimità l’uno con l’altro.
Un giorno d’agosto, però, col sole che spaccava le teste e i condizionatori che arrancavano per sputare aria tiepida, ad Adolfo si ruppe la ghiacciaia del negozio. Era una stanzetta che lui usava solo in estate per metterci le angurie: quando un cliente arrivava in negozio e gliene ordinava una, lui si metteva la giacca a vento ed entrava là dentro. Stavolta però appena oltrepassò la porta, si accorse subito che faceva caldo. Controllò il termostato e vide la lucina rossa del malfunzionamento. Chiamò il tecnico ma gli rispose la segreteria per dirgli che era in ferie quindici giorni. Non era un guaio irrimediabile perché quella stanza, nonostante il borioso nome di ghiacciaia che Adolfo le aveva attribuito, non scendeva mai sotto i cinque gradi: le angurie si mangiavano fresche, non col bastoncino del ghiacciolo. Tuttavia le angurie a temperatura ambiente, specie se l’ambiente assomigliava al Sahara di quell’estate, non le comprava nessuno e Adolfo rischiava che con il progressivo innalzamento della temperatura nella stanza la scorta gli restasse tutta là.
Adolfo era sempre stato uno col pallino che non si butta via il cibo. Piuttosto di lasciar invendute le angurie fino al ritorno del tecnico, appese fuori un cartello: oggi cocomeri col 50% di sconto!
La gente si passò parola piuttosto in fretta, perché quei meravigliosi palloni verdi uscivano dal negozio come i vestiti il primo giorno di saldi. Sebbene il guadagno non fosse granché, Adolfo poté ritenersi soddisfatto. Alla fine della giornata aveva quasi svuotato la ghiacciaia. Quasi.
Restavano due angurie.
Poco male, si disse Adolfo. Me le porto a casa. Quando rientrò il leone era già a cena: in corridoio si sentivano le ossa scricchiolare sotto i suoi denti come se di là ci fosse stata una cuoca che spezzava gli spaghetti per buttarli in acqua. Adolfo andò al congelatore e lo aprì: non era un modello recente, e all’interno lo spazio era piuttosto ridotto. L’uomo provò ad appoggiare le due angurie sopra i sacchetti della sua parte, ma siccome le verdure occupavano già più di metà vano, con l’aggiunta dei due frutti il coperchio non si chiudeva più. Allora Adolfo ebbe un’idea: prese i sacchetti di spinaci e carote, e li spostò sopra la carne del leone, in modo da abbassare la sua pila e poter chiudere il coperchio con le angurie all’interno. Poi se ne andò a dormire, con l’intenzione di riprendersele l’indomani e di venderle ai primi clienti della giornata, quando i frutti erano ancora freschi della nottata in congelatore.
Il giorno dopo Adolfo si svegliò con la vaga sensazione che il mondo stesse girando in una direzione diversa dal solito. Si guardò attorno, ma la stanza mostrava le solite pareti di bianco ingrigito di noia, e dalla finestra aperta si insinuava il primo calore mattutino. Eppure c’era qualcosa di diverso nell’aria. Sì, era un odore. Di spinaci lessi. E di carote fritte.
Si vestì in fretta e seguì l’effluvio in corridoio. Non era un semplice odore, ma un profumo culinario che lui, nelle sue innumerevoli preparazioni di pasti da single non era mai neanche lontanamente riuscito ad avvicinare. Si affacciò silenzioso alla porta della cucina. Il suo cognome era seduto con le gambe incrociate e sopra ci aveva appoggiato un piatto da portata sul quale si riconoscevano chiaramente gli spinaci e le carote che Adolfo la sera prima aveva messo nel vano congelatore del leone.
“Ma quelle erano le mie verdure!”
Il leone sobbalzò dalla sorpresa. Aprì gli occhi, che teneva chiusi nello stato contemplativo della deglutizione, e lo salutò.
“Buongiorno. Sì, chiedo scusa. Stamattina quando sono andato a prendermi il manzo e il capriolo nel congelatore, dovevo essere ancora addormentato: ho preso i primi due sacchetti che mi sono capitati sotto mano senza sapere che erano i tuoi. Tu, piuttosto, cosa ti è saltato in mente di sconfinare nella mia parte?”
“È una lunga storia,” gli disse Adolfo, “ma dimmi: io credevo che tu fossi carnivoro.”
“Lo credevo anch’io!” esclamò il leone mettendosi in bocca un’altra forchettata di spinaci. “Ma ora che ho assaggiato quest’ambrosia, ho deciso di convertirmi. Da oggi divento vegetariano come te”.
Adolfo era stupefatto. Quella rivelazione apparentemente non colpiva niente della sua vita. La casa poteva continuare ad essere divisa in due, e lui poteva continuare a vendere frutta e verdura nel suo negozio. Cosa gli importava delle abitudini alimentari del suo cognome? Così prese atto di quella dichiarazione d’intenti e uscì.
Nei giorni successivi il leone si recò spesso a trovare Adolfo. Comprava quantità enormi di finocchi, peperoni e pomodori, e se ne andava a casa barcollante sotto il peso delle cassette, che teneva sia sotto le zampe che in equilibrio sulla testa, sotto gli sguardi indifferenti dei cani e dei gatti che incontrava per strada. Il leone faceva la spola tra casa e il negozio una volta al mattino e due volte al pomeriggio, arrivava, indicava le verdure col dito unghiuto e se ne tornava a casa carico come una donna africana nell’afa d’agosto.
Il primo di settembre Adolfo vide un autocarro parcheggiare davanti alle cassette che teneva in mostra sulla strada. Ne scese il leone, con l’aria di chi ne ha combinata una delle sue ma che sa che sarà perdonato.
“Sai,” gli disse, “ho sempre tanta fame. Se perdo tempo a fare la strada su e giù, ne ho meno per cucinare e mangiare, così ho deciso di usare l’autocarro e portarmi a casa tutto quello che tieni in negozio”.
“Ma il congelatore non è abbastanza grande per questa roba!”
“Non metto niente in congelatore: io mangio tutto nel giro di poche ore,” rispose il leone.
Adolfo era rimasto con la bocca aperta. La tenne aperta così a lungo che una vespa, una di quelle che giravano attorno all’uva nelle cassette, gli si posò sulla lingua e lo punse. Adolfo cominciò a putare, urlare e lacrimare, saltando come una molla dal dolore. Dovette intervenire il leone, che gli fece tirar fuori la lingua e ci passò sopra una cipolla per far uscire il pungiglione.
Fu così che da quel giorno, Adolfo smise di lavorare. Il leone andava a ritirare tutta la frutta e la verdura che i contadini consegnavano in negozio alla mattina e il fruttivendolo restava senza niente da fare per tutto il resto della giornata nel negozio vuoto. Nell’inerzia coatta, si mise a controllare i conti. Il debito del leone ammontava ormai a una cifra con parecchi zeri. Era da un po’ che Adolfo voleva chiedergli un acconto: ormai era il suo unico cliente, e se non pagava, di quel passo avrebbe dovuto vendere il negozio. Affrontò il suo cognome una mattina, subito dopo che l’autocarro era stato caricato con l’ultima cassetta di fagioli.
“Quando pensi di pagare tutto quello che mangi?” gli chiese senza preamboli.
“Pagare? Da quando in qua un cognome deve pagare il suo proprietario?
“Ma tu mi svuoti il negozio, come pensi che possa andare avanti io? Facendoti beneficienza?”
“Beneficienza? Tu non mi stai facendo del bene. Non vedi in che condizioni mi trovo?”
In effetti il leone in quelle settimane era molto dimagrito. Il pelo mostrava chiazze glabre sulla schiena e la criniera sembrava un misero parrucchino mangiato dalle tarme.
“Non è colpa mia. Sei tu che sei voluto diventare vegetariano: se il tuo corpo non è adatto ad una dieta del genere, ricomincia a mangiar carne!”
“E invece la colpa è proprio tua: se non avessi appoggiato quegli spinaci e quelle carote nella mia parte del congelatore, io non li avrei mai assaggiati, e non ne avrei preso il vizio!”
Adolfo si fece piccolo, più piccolo di quello che era abituato ad essere. Era vero: era stato lui il primo a sovvertire una delle regole base della convivenza. Così se ne stette zitto e rientrò nel negozio vuoto, provocando un’eco colpevole ogni volta che le sue suole toccavano il pavimento.
Il leone morì di lì a poche settimane.
Aveva continuato a perdere peso e pelo. Negli ultimi giorni non riusciva neanche più a guidare l’autocarro, tanto che Adolfo gli portava le scorte direttamente in cucina. Perse la vista e trascorreva le giornate disteso per terra, senza neanche la forza di alzare la testa quando Adolfo lo imboccava col purè e il passato di verdure. Del maestoso animale che riempieva le stanze e la vita di Adolfo, alla fine non restò che un anonimo cumuletto di terra in giardino.
Adolfo si spense poco dopo sotto un ponte, avvolto in una vecchia coperta inzuppata di zecche, senza casa, senza negozio, senza soldi e senza cognome.

Serena Gobbo
(Questo racconto partecipa alla selezione per un’antologia sul surreale di Gloria Gaetano)

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