Canetti e i libri (da “Il frutto del fuoco”)

(…) chiuso nella mia stanzetta sedevo al mio minuscolo tavolino per leggere o scrivere, interrompendomi per guardare con affetto il dorso dei miei libri. Le file dei miei libri non aumentavano più a blocchi interi, come a Francoforte. Ma la corrente non si disseccò mai del tutto, di occasioni per ricevere un regalo ce n’erano ancora, e chi avrebbe mai osato regalarmi qualcosa che non fosse un libro? (…) Ma i libri di studio non restavano aperti a lungo, i quaderni universitari nei quali prendevo svogliatamente appunti durante le lezioni erano ben presto sostituiti dai veri quaderni, dai miei quaderni, nei quali annotavo scrupolosamente tutti i miei momenti di esaltazione, ma anche i miei tormenti (…).
Avevo una prevenzione invincibile contro tutte le attività esercitate con l’unico scopo di far quattrini.
(…) I giovani che frequentavo avevano una cosa in comune, anche se per tutto il resto erano assai diversi tra loro: si interessavano soltanto a questioni intellettuali. Sapevano perfettamente tutto ciò che c’era scritto sui giornali, ma si emozionavano soltanto quando parlavano dilibri (…) ciascuno leggeva quei libri per conto suo, ne recitava dei passi di fronte agli altri, ne citava lunghibrani a memoria.

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