Come si dice addio, Federica Manzon

Sono arrivata a pagina 129 su 201, e solo stamattina ho capito perché il romanzo non mi prende.
La storia è presto detta. Un gruppo di giovani va in Grecia per un progetto della comunità europea, ma una volta arrivati si accorgono che non ci sono progetti per niente, non ci sono programmi, non ci sono possibilità di crescita personale che ogni giovane si immagina quando parte per avventure del genere. Non succede quasi nulla, passano le giornate in spiaggia o al ristorante, senza intavolare discorsi con la comunità locale a causa dell’incomprensione linguistica, e tra di loro si limitano ancora a mantenere rapporti abbastanza educati, spinti da un’innata voglia di accettazione.
Stamattina, dunque, ho capito perché il romanzo non mi prende: perché parla della noia. Difficile parlare della noia senza annoiare, specialmente per un romanzo d’esordio. Intendiamoci bene: la Manzon sta scrivere! Ci sono certi passaggi che mi sono segnata con la penna, bellissime immagini, fantasiosa scelta delle parole… eppure…
Se ci sono sprazzi di attività, questi arrivano dall’Italia: una telefonata in cui si annuncia che una fidanzata è incinta, un padre che cerca di far tornare a casa il figlio. Ma poi si ricade nella capsula di gelatina dell’inattività.
Poi ho notato un’altra cosa. Uno dei personaggi è grasso. Giacomo è alto quasi due metri e pesa più di cento chili. Ecco come lo descrive (ricordandoci che sono solo a pagina 129):
“Giacomo è il più buono di tutti noi, di quella bontà pratica e comoda che è una prerogativa delle persone grasse. una bontà che è un lusso da sfigati”.
“(…) quella disponibilità aperta a tutti, così poco elettiva, che resta attaccata ai ragazzini grassi che sono stati sempre tenuti in riserva alle partite. La sua disponibilità ad ascoltare non ha niente di generoso, non prevede nessuna scelta d’amicizia o d’amore, è solo la necessità di provare a se stessi che si riesce ad attrarre qualcuno vicino a sé e tenercelo per un po’ (…). Ma Giacomo, come tutti i derelitti, ha voluto un pegno di quell’attenzione che non poteva essere riversata su di lui gratuitamente”.
A parte il fatto che parla della bontà in due modi contrastanti (é buono o è un non-generoso?), queste poche frasi denotano una generalizzazione banale sulle persone grasse. Sarà che sono grassa io, e che ho abbandonato da un bel pezzo la voglia di ascoltare gente sfigata che si attacca a tutti quelli che porgono orecchie, ma la descrizione della Manzon in questo scade.
No problem. Ho detto che sa scrivere, e non mentivo. Appena potrò, leggerò anche il suo “Di fama e di sventura”.

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