Canetti e Musil (da “Il gioco degli occhi”, Elias Canetti)

Musil – senza che la cosa desse molto nell’occhio – era sempre in armi, pronto alla difesa e all’attacco. Il suo atteggiamento era la sua sicurezza. Si sarebbe potuto pensare a una corazza, ma era piuttosto un guscio. Ciò che frapponeva tra sé e il mondo come una netta separazione non se l’era messo addosso, era cresciuto con lui. Non si permetteva interiezioni. Evitava le parole sentimentali, ogni frase di cortesia gli riusciva sospetta. Fra tutte le cose tracciava confini, come intorno a se stesso. Diffidava delle mescolanze e delle fratellanze, delle effusioni e delle esagerazioni. Era un uomo allo stato solido e si teneva alla larga dai liquidi e dai gas. Aveva grande familiarità con la fisica, non solo l’aveva studiata a fondo, gli era penetrata nello spirito fino a diventare sangue del suo sangue. Probabilmente non c’è mai stato uno scrittore che fosse in tale misura un fisico, rimanendolo anche nel corso dell’opera di tutta la sua vita. Alle conversazioni approssimative non prendeva parte, e se si trovava in mezzo ai soliti chiacchieroni, ai quali a Vienna era impossibile sfuggire, si ritraeva nel suo guscio e restava muto.

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