Tutta la vita, Alberto Savinio

Alzi la mano chi conosce questo autore. Due? Tre persone che stanno leggendo questo blog? Eppure, e sono stata io la prima a meravigliarmene, ha scritto una valanga di libri, racconti, saggi e opere teatrali. Fratello del pittore De Chirico, lui stesso dipingeva.

Questo è un libro di racconti. Molto animismo, sì, ma alla fine sempre per parlare dell’uomo; il fatto di far parlare mobili, poltrone, statue, serve all’autore per allontanarsi dall’oggetto di studio, per guardarlo dall’alto, da un punto di vista diverso. Nelle note si legge che in alcuni suoi saggi “partendo dall’affermazione di Eraclito secondo cui ‘la natura ama nascondersi’, assegnava all’artista il compito profetico di rivelare al mondo le verità a lui disvelate dalla natura stessa”. Non vi ricorda Bergson e il ruolo dell’artista ne “Il riso”? Grande il ruolo attribuito alla fantasia dunque, e qui bisogna almeno nominare il parallelismo con Guareschi… Anche perchè un altro aspetto accomuna Savinio al padre di Don Camillo e Peppone. Sentite cosa scrive Savinio al suo amico Bompiani: “tutto quello che facciamo… deve avere un significato molto profondo (…) fa che la tua azione risponda sempre a un indivizzo morale (…) dobbiamo indirizzare i tempi, altrimenti rischiamo di essere sopraffatti dai tempi”. Il ruolo profetico dell’ironista, il ruolo morale dell’ironista (anche se in G. si parla meglio di umorismo, ora non stiamo a sottilizzare).

Molta fantasia anche nella scelta dei nomi, nonchè in alcuni neologismi.

Temi ricorrenti? Bè, di Savinio ho letto solo “Tragedia dell’infanzia”, ma il rapporto dei bambini con gli adulti compare anche qui in termini di incomunicabilità, di “danno” che gli adulti fanno ai piccoli.

E visto che in più di un racconto si fa riferimento al continuo affannarsi degli uomini, leggete questo:

“Gran malanno quest’agitazione dell’uomo, questo suo continuo moversi, fare, parlare; questo continuo obbedire ai propri bisogno; questo dare immediato ascolto ai propri impulsi; questo lasciarsi movere e guidare dall’istinto. E non solamente nei treni ma in tutti i luoghi pubblici e privati, nelle città e nelle campagne, nel mondointero la vita sarebbe molto più sopportabile e meno stupida soprattutto e certamente meno plebea, se gli uomini si abituassero ad agitarsi meno, a starsene più tranquilli (…)”

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