Paesi felici, paesi infelici

Non abiterei in città per lo smog e il casino, ma mi piacerebbe quell’inondazione di presentazioni di libri, mostre di pittura, concerti di classica, concorsi letterari, corsi di ikebana, insegnamenti di shodo che ti piovono addosso da tutte le parti.

Nel paesetto dove abito c’è molto poco. Presentano circa 3 libri all’anno, e ci andiamo sempre in quattro gatti. Poi mi fa morire (benevolmente) quello che, al momento del dibattito, si alza in piedi e fa una premessa di un quarto d’ora, che parte dall’ebraismo e arriva alle statue maoi, per commentare un libro di cucina: eccezionale. Riesce nel difficile compito di condensare nel suo monologo gli interventi di cinque o sei persone, che tanto non parlerebbero per vari motivi.

Ma torniamo al mio paesetto: la gente che legge, c’è. Ma è sparsa nelle viuzze, si rinchiude in casa, tace sul vizio letterario. Neanche io amo parlare di libri con chiunque: ad un certo punto del rapporto, salta sempre fuori qualcuno che ti dice: “Tu che sei un’intellettuale…”. Ma intellettuale di che?? Leggo quasi sempre romanzi, non saggi di antropologia o matematica. Ti vedono con un libro in borsa, e ti etichettano come intellettuale.

E poi diciamolo: come ho appena letto su Nazione Indiana, i lettori forti sono depressi.

Ve lo immaginate un paese in cui la maggioranza dei cittadini leggesse un libro a settimana? Sarebbe un paese depresso, appunto.

La mia cittadina, dunque, è sostanzialmente felice.

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